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  La strada della violenza
3 dicembre 1999

Non c’è granché da ridere all’idea che i dirigenti dei Ds abbiano deciso di lavare con qualche milione le presunte offese ricevute da Silvio Berlusconi. Certo, è esilarante pensare che l’onore di Walter Veltroni, Pietro Folena, Fabio Mussi e Gavino Angius debba essere valutato tanto al chilo. Ed è ridicolo immaginare quale piega avrebbe avuto la storia d’Italia se Giolitti si fosse fatto rimborsare da Salvemini l’epiteto di “ministro della malavita”, se Francesco Saverio Nitti avesse preteso da D’Annunzio un risarcimento per la qualifica di “cagoia” e se, scavalcando a pié pari il ventennio fascista, De Gasperi avesse trascinato Togliatti in un’aula di giustizia per fargli pagare l’insultante promessa di prenderlo a calci nel culo. Ma l’aspetto pittoresco e divertente della faccenda non può far dimenticare la parte più grave e gravida di pericolosissime conseguenze della decisione del vertice dei Ds di regolare in Tribunale i conti con il leader dell’opposizione. 

La scelta diessina non significa solo che la Quercia ha deciso di puntare alle elezioni anticipate. Se la conseguenza della iniziativa di Botteghe Oscure fosse solo questa non ci sarebbe nulla di male. Al peggio si dovrebbe prevedere qualche mese di campagna elettorale condotta in un clima di generale isterismo. Ma alla fine tutto si risolverebbe al momento dell’apertura delle urne. Ma la scelta diessina non porta solo al surriscaldamento temporaneo del confronto politico. Stabilisce, al contrario, che il confronto, in tutte le sue possibili forme, è terminato. E che al suo posto c’è solo la contrapposizione giudiziaria nelle aule dei Tribunali. Si tratta, in pratica, di un atto di preciso rifiuto da parte dei Ds di continuare la competizione con l’opposizione sul terreno della politica. E della intenzione di spostarla su un terreno in cui la decisione finale non dipende dal voto del corpo elettorale ma dalla sentenza di un singolo magistrato. 

In questa luce l’iniziativa diessina diventa un atto di definitiva sfiducia nel sistema democratico sancito dalla Costituzione . D’ora in avanti i dirigenti della Quercia non dovranno più lamentarsi se gli elettori, soprattutto quelli delle regioni “rosse” continueranno a disertare in massa le urne elettorali. Se il partito egemone della sinistra non crede più al metodo democratico e demanda alla magistratura il compito di dirimere i conflitti politici, non si deve stupire se poi i suoi elettori decidono di restare a casa e di non andare a votare. Il segnale che stanno inviando all’opinione pubblica italiana è fin troppo evidente. Non nutrono più alcuna fiducia nel sistema della democrazia ed invitano tutti i cittadini a rinunciare ad esercitare il potere loro affidato dalla Carta Costituzionale ed a demandarlo ad una autorità che non è legittimata dal voto popolare.

Ma c’è di più. La rinuncia al confronto politico comporta una seconda ed ancora più pericolosa conseguenza. Spiana la strada alla tentazione dei cittadini, sia come singoli che come gruppi, di scavalcare anche la magistratura e di incominciare a farsi giustizia da soli. Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia italiana degli ultimi cinquant’anni sa bene come funzionano queste faccende. In particolare, i dirigenti Ds che conoscono il loro album di famiglia, sanno perfettamente che se si chiude il confronto politico si apre la strada non solo allo strapotere dei giudizi ma anche alla violenza dei singoli e dei gruppi più ottusamente massimalisti. Non ha insegnato proprio nulla la storia delle Brigate Rosse e dei gruppi terroristici dell’ultrasinistra?