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  La minaccia del premier
14 dicembre 1999

Sono due le ragioni della improvvisa decisione di Massimo D’Alema di accelerare i tempi della verifica e della crisi di governo. La prima è palese, la seconda nascosta. Quella palese è sotto gli occhi di tutti. I malumori dei socialisti di Enrico Boselli si sono trasformati in un solenne mandato congressuale a trasformare la verifica della coalizione di maggioranza in crisi formale ed a sollevare ufficialmente la questione della leadership del centro sinistra. In termini numerici la decisione dello Sdi potrebbe risultare del tutto ininfluente. Sul piano politico, invece, costituisce una pesante denuncia del patto di maggioranza e segna di fatto l’apertura della crisi. Forte dei numeri e della natura extraparlamentare della presa di posizione dei socialisti del centro sinistra, il Presidente del Consiglio avrebbe potuto tranquillamente rispettare il calendario fissato nelle settimane scorse che prevedeva l’apertura della verifica governativa subito dopo l’approvazione della legge finanziaria. Se lo avesse fatto nessuno avrebbe potuto ostacolarlo. Tanto meno Boselli o gli altri leader del Trifoglio Francesco Cossiga e Giorgio La Malfa. Nessuno di loro gli avrebbe potuto imporre di aprire la crisi o lo avrebbe potuto sollecitare di accelerare i tempi della verifica magari minacciando qualche ritorsione sul terreno dell’approvazione della legge finanziaria. 

D’Alema, quindi, ha deciso da solo e senza condizionamento di sorta di bruciare i tempi e recarsi dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La seconda e decisiva ragione di questa inopinata decisione è racchiusa in una data. Il 13 gennaio si apre al Lingotto di Torino il Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra. Per due giorni i delegati diessini dovranno discutere sul futuro del partito, del centro sinistra, del governo dimissionario e della stessa legislatura. Il terzo giorno, il 16, dovranno stabilire la strada da seguire per consentire al partito di uscire dall’isolamento in cui rischia di trovarsi all’interno della maggioranza e di conservare la guida del governo e l’egemonia della coalizione. Se la verifica fosse iniziata all’indomani del 6 gennaio, il congresso dei Ds sarebbe stato costretto a segnare il passo o, addirittura, a subire il rinvio di qualche settimana, in attesa della soluzione della vicenda. D’Alema, invece, smentendo quanti gli attribuivano l’intenzione di giocare sui rinvii e sui tempi lunghi per sfuggire alle insidie di una crisi poco pilotabile, ha scelto la strada opposta. La sua iniziativa è chiaramente diretta a sbrogliare la matassa della verifica prima della data d’inizio del congresso diessino. O meglio, è rivolta a porre l’intera verifica sotto la spada di Damocle del congresso dei Ds. 

E’ chiaro, infatti, che anticipando i tempi della crisi D’Alema pone la sua soluzione nelle mani del congresso del Lingotto. L’Assemblea torinese può servire a sancire la ritrovata
compattezza della coalizione ed il rilancio del governo D’Alema per i restanti quattrocento giorni della legislatura. Ed è chiaro che questa sarebbe la soluzione preferita dal Presidente del Consiglio. Ma può anche stabilire che, in assenza di soluzioni praticabili e nel perdurare delle pregiudiziali degli alleati contro la leadership del centro sinistra di D’Alema e dei Ds, l’unica strada percorribile sia il ricorso alle elezioni anticipate. In questa luce si spiega benissimo la fretta di D’Alema. Il Presidente del Consiglio vuole puntare sul resto del centro sinistra la pistola del congresso Ds carica della minaccia di elezioni anticipate. E chissà che da qui al 16 gennaio non gli venga la voglia di sparare sul serio.