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D'Alema
verso il logoramento
29 dicembre 1999
Per Massimo D’Alema i problemi sono ancora da venire. Il primo, in ordine di arrivo, è il
congresso dei Ds fissato dal 13 al 16 gennaio al Lingotto di Torino. Forte della riconferma a
Palazzo Chigi, il Presidente del Consiglio tenterà di avere dal proprio partito l’investitura a
candidato unico ed immodificabile alla premiership del centro sinistra. Ma dovrà vedersela con
Walter Veltroni, che ormai non lavora più per “l’amico Massimo” ma opera in proprio con il
chiaro obbiettivo di costruire il nuovo “Ulivo” e diventarne il naturale leader. Ma, soprattutto,
dovrà vedersela con gli umori massimalisti e giustizialisti che, istillati e fomentati dallo stesso
Veltroni e dai suoi più stretti collaboratori Fabio Mussi e Pietro Folena, agitano la Quercia e
la rendono sempre più indisponibile a trasformarsi in una sinistra di governo simile a quelle
degli altri paesi europei. E’ probabile che D’Alema riesca indenne dal congresso del Lingotto.
I diessini sanno ancora distinguere tra il fondamentalismo ed il masochismo. Ma è sicuro che
lo sforzo a cui sarà chiamato il Presidente del Consiglio dovrà essere particolarmente
intenso. Per la semplice ragione che i suoi nemici più irriducibili sono
annidati proprio in quel partito di cui fino al momento della salita a Palazzo Chigi aveva il controllo quasi assoluto.
Ma l’appuntamento del Lingotto è solo l’assaggio di ciò che aspetta D’Alema nei prossimi
mesi. Subito dopo il congresso Ds il Presidente del Consiglio è chiamato ad affrontare il
problema della maggioranza del proprio governo. E, come ha dimostrato il vertice di ieri del
Trifoglio, dovrà compiere i proverbiali salti mortali per continuare a mettere insieme i numeri
parlamentari necessari alla sopravvivenza dell’esecutivo. Il compito di D’Alema è proibitivo.
Non si tratta di ricucire il centro sinistra e tirare avanti almeno fino alle elezioni regionali. Si
tratta di trovare quotidianamente e per ogni singolo provvedimento del governo una
qualunque maggioranza capace di approvarlo. Il tutto con la precisa consapevolezza di poter
essere messo in minoranza e costretto a gettare la spugna ad ogni minimo incidente di
percorso. In condizioni normali nessuno punterebbe cento lire sulla possibilità del governo di
superare l’inverno ed arrivare alla primavera. Tanto più che tra gli ostacoli da superare non ci
sono solo i provvedimenti sulla par condicio o sulla commissione per Tangentopoli. Ma c’è,
soprattutto, la scadenza del referendum e l’interesse dichiarato delle forze moderate di
puntare ad una riforma elettorale non più ispirata al modello francese o anglosassone ma al
modello tedesco della proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza.
Ma non siamo in tempi normali. I “poteri forti” hanno bisogno di tempo per completare la
spartizione dell’economia italiana. E, come dimostra l’informazione da loro controllata, hanno
bisogno ancora di qualche tempo per completare l’operazione. Di qui la previsione che
D’Alema rimarrà in sella fino alle regionali all’insegna del rinvio dei problemi o dei
compromessi più avventurosi ed inutili sulle questioni di primaria importanza per il paese. E
poi? Se prevarranno gli interessi generali del paese si andrà alle elezioni politiche anticipate.
In caso contrario ci sarà una nuova crisi-lampo per dare vita ad un governo sempre più
minoritario all’insegna del bizzarro principio teorizzato in questi giorni dai Ds del “meno
siamo, meglio stiamo”. Per D’Alema, comunque, il futuro si preannuncia sotto il segno del
logoramento. Il che, per uno che già è uscito con le ossa rotte dal primo anno di governo, è
una prospettiva assolutamente devastante.
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