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  Il neofrontista D'Alema
5 gennaio 2000

Per Massimo D'Alema la strada é ormai diventata obbligata. Se vuole sopravvivere e rimanere a Palazzo Chigi fino al termine della legislatura é obbligato a stipulare un patto con Rifondazione Comunista. Senza il sostegno parlamentare del partito di Fausto Bertinotti neppure il più misero dei provvedimenti varati dal governo può avere la garanzia di vedere la luce. Non c'è nulla di certo, infatti,con una maggioranza che si regge sull'astensione del Trifoglio e su una manciata di voti che dipende dagli umori variabili e costantemente legati all'esito delle richieste dei trasformisti mastelliani. E' del tutto comprensibile, quindi, che il Presidente del Consiglio decida di riaprire il dialogo con l'ultra sinistra . Ed è addirittura scontato che il prossimo congresso dei Ds diventi l'occasione per operare quella ricucitura dei rapporti tra gli eredi del vecchio Pci che sembra essere la sola soluzione possibile al problema della stabilità e della sopravvivenza del primo governo di sinistra della storia repubblicana. 

Ma la scelta obbligata di D'Alema non può rimanere senza conseguenze. Se scatta il " soccorso rosso" di Bertinotti ( e la prima occasione potrebbe essere quella del provvedimento liberticida sulla par condicio) cambia radicalmente la natura politica della coalizione governativa. Nessuno può continuare a parlare di centro sinistra con o senza il trattino. Così come nessuno, tantomeno Walter Veltroni, può insistere nella favola della resurrezione dell'Ulivo. Il governo guidato da un ex comunista e caratterizzato dal sostegno determinante degli ultra comunisti perde la sua caratteristica di esecutivo fondato sull'alleanza tra una parte del centro ed una parte della sinistra e diventa il governo delle sinistre con alcune propaggini di centro. Nasce, in sostanza, il primo governo "frontista" della storia dell'Italia repubblicana , quello in cui il baricentro politico é tutto spostato sulla sinistra e non é più nel punto di equilibrio dei rapporti tra i cattolici democratici, la sinistra laica ed i diversi eredi del Partito Comunista Italiano. 

La novità non può passare inosservata. Qualunque artificio verrà trovato da D'Alema e dai Ds per giustificare il sostegno di Rifondazione Comunista, il passaggio da una formula di centro sinistra ad una formula frontista sarà comunque certo ed inequivocabile. Francesco Cossiga, Enrico Boselli e Giorgio La Malfa hanno subito colto il significato e la portata della svolta politica in atto. Ed hanno immediatamente annunciato che in caso di governo frontista passeranno dall'astensione all'opposizione, con conseguenze anche sul piano delle alleanze in occasione delle prossime elezioni regionali. CI si aspettava che una identica presa di posizione venisse anche da Arturo Parisi e dai Democratici dell'Asinello. Invece i dirigenti del partito prodiano si sono chiusi in un imbarazzato silenzio . Come se la faccenda non li riguardasse. A ben guardare, invece, la vicenda del cambio di formula politica del governo li riguarda più di ogni altro. Il neofrontismo taglia alle radici l'Ulivo, che si fondava sull'alleanza tra forze diverse del centro sinistra e sulla guida del governo ad un esponente non diessino. E li rende del tutto simili ai resti del Ppi di Pierluigi Castagnetti : materiale a perdere della politica italiana. Anche perché il giorno in cui D'Alema potrà contare sul " soccorso rosso" e sulla " desistenza " di Bertinotti alle regionali non aspetterà la fine della legislatura e le rivendicazioni dei popolari e degli asinelli sulla leadership della coalizione. Prenderà tutti di contropiede e marcerà di gran lena verso le elezioni anticipate. Per tentare di restare sempre e comunque a Palazzo Chigi in nome del rinnovato frontismo.