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  Il vuoto del Lingotto
12 gennaio 2000

Sembra il congresso dalle mille caratteristiche diverse quello che i Ds si accingono ad aprire giovedì prossimo al Lingotto di Torino. Qualcuno dice che sarà segnato dall’ufficializzazione della diarchia di Massimo D’Alema e di Walter Veltroni alla guida del partito. E l’osservazione coglie sicuramente nel segno visto che gli eredi del vecchio Pci sono abituati ad avere un capo alla volta e non hanno mai vissuto in passato l’esperienza della doppia leadership, una di partito ed una di governo. Altri sostengono che sarà il congresso del nuovo passo in avanti dei Ds verso il definitivo superamento del proprio passato e la sua trasformazione in una forza politica inedita, a metà strada tra il modello socialdemocratico europeo e quello democratico americano. Ed anche questa osservazione non è priva di fondamento visto che, almeno a stare alle intenzioni, tutti i principali esponenti diessini insistono nel presentare il congresso del Lingotto come quello dell’ultima e definitiva svolta verso il futuro. Altri ancora, infine, sono di parere opposto. E considerano che diarchia ed innovazione sono solo alcuni aspetti particolari di un congresso che invece sarà contrassegnato solo da una grande operazione d’immagine diretta ad aprire la campagna elettorale non solo per le regionali d’aprile ma anche per le politiche di fine legislatura. 

Come dire che grazie alla grancassa organizzata dalla Rai, dalle reti Mediaset e dalla grande stampa di regime, i dirigenti Ds potranno eludere i gravi problemi che li affliggono (dal dualismo di vertice al correntismo del partito, dal rischio di isolamento politico alla confusione dei valori di riferimento). Ed avranno la possibilità di esibire al paese un volto inesistente e fasullo in tutto simile a quelli di quegli spot pubblicitari contro cui proprio Walter Veltroni ha lanciato in passato una furibonda quanto inutile e ridicola battaglia. Quest’ultima osservazione è sicuramente più calzante delle altre due. Il primo congresso gestito e diretto in prima persona dall’ex responsabile del settore Tv del Pci non può non risentire di una formazione mentale e culturale tutta rivolta a puntare sull’apparenza mediatica piuttosto che sulla sostanza delle questioni. 

Ma più di ogni altra c’è una diversa caratteristica che appare destinata a contrassegnare in maniera indelebile il congresso diessino di Torino. Si tratta di quella del fallimento rispetto a cui passano in seconda linea tutte quelle relative alla diarchia, al correntismo ed alla futilità mediatica.Le assise nazionali dei Ds sono infatti chiamate a sancire un doppio e clamoroso fallimento. Quello che gli eredi del Pci hanno registrato alla guida del governo del paese. E quello che gli stessi nipotini di Togliatti hanno colto come esponenti di un partito che sul piano degli ideali e dei valori veniva da lontano ma si è perso per strada.In questo la diarchia D’Alema-Veltroni sembra fatta apposta per simboleggiare al meglio il doppio disastro. 

l primo, da Presidente del Consiglio, ha tradito in pieno le speranze e le richieste di quelle masse che per decenni e decenni avevano invocato il governo della sinistra considerandolo l’unico strumento in grado di realizzare la modernizzazione del paese e la palingenesi sociale. Il secondo, da segretario del partito, ha bissato il fallimento del governo della sinistra svuotando Botteghe Oscure di qualsiasi valore e tradizione che non sia quella di un ottuso e livoroso frazionismo e massimalismo.Non è un caso, quindi, che il congresso venga celebrato al Lingotto. Che non è più un tempio della classe operaia ma un semplice spazio postmoderno desolatamente vuoto.