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Ci vuole un '48 per battere questa maggioranza 28 gennaio 2000 E' iniziata la più lunga campagna elettorale della storia dell'Italia repubblicana. Ed il prologo rappresentato dalle polemiche sulla par condicio lascia prevedere che oltre ad essere la più lunga sarà anche la più dura e combattuta e batterà il record della conflittualità di quella delle elezioni del '48. Il Presidente del Consiglio Massimo D'Alema inarca il baffo e si lascia andare ai suoi consueti sarcasmi quando sente parlare del '48 e del clima di quel tempo. Irride ai timori espressi da Silvio Berlusconi e dai leader del centro destra. E ripete la storiella che non essendoci più i comunisti non c'è alcun bisogno di riesumare l'anticomunismo. I suoi alleati ed imitatori alla Pierluigi Castagnetti ripetono pappagallescamente la stessa litania. Ed irridono sulla tendenza dell'opposizione a prendere spunto dalle vicende del passato per interpretare ed affrontare il presente. Ma le irrisioni di D'Alema e dei suoi replicanti non riescono a cambiare i termini della questione. Che non sono il frutto delle presunte allucinazioni e strumentalizzazioni del Polo ma la conseguenza precisa di una realtà di fatto difficilmente contestabile.Una larga fetta del paese, secondo i dirigenti dell'opposizione addirittura la maggioranza, è convinta che le forze politiche al governo stanno approfittando del loro ruolo istituzionale per trincerarsi con ogni mezzo dietro le poltrone del potere e continuare a guidare il paese anche a dispetto della volontà popolare. Questa convinzione non nasce da pregiudizi ideologici, dall'anticomunismo viscerale attizzato irresponsabilmente dal Polo e da un qualche complesso di invidia ed inferiorità nei confronti della sinistra vincente e rampante. E' il frutto di circostanze politiche precise. Il Presidente del Consiglio D'Alema si trova a Palazzo Chigi senza una precisa investitura popolare, si regge su una maggioranza esigua a sua volta caratterizzata dal ruolo determinante dei trasformisti eletti nelle liste del centro destra e passati nelle file del centro sinistra. Esercita un controllo pressoché totale su tutti i grandi mezzi di comunicazione grazie ai condizionamenti che da Palazzo Chigi può esercitare nei confronti della televisione pubblica e privata (a Mediaset la proprietà è di Berlusconi ma il controllo è di D'Alema) e della stragrande maggioranza dei gruppi finanziari ed industriali proprietari dei grandi giornali. E, soprattutto, alla vigilia di una stagione in cui si celebreranno di seguito le elezioni regionali, i referendum e le elezioni politiche generali impone a colpi di maggioranza e nel più assoluto disprezzo delle richieste dell'opposizione, una legge sulla par condicio che punta apertamente a ridurre al minimo la capacità di comunicazione politica del leader dell'opposizione Silvio Berlusconi. D'Alema si offende se si rileva che il colpo di mano sulla par condicio ricorda le iniziative sulla stampa prese da Benito Mussolini dopo il discorso del 3 gennaio e la trasformazione del governo fascista in regime. Ma purtroppo il paragone è perfettamente calzante. E l'opinione pubblica del paese, che non è affatto formata da un popolo bue come sembrano pensare a Palazzo Chigi ed a Botteghe Oscure, lo avverte fin troppo chiaramente. Cresce così il timore che i post-comunisti al governo siano terrorizzati dal timore di tornare all'opposizione. E si stiano preparando a restare comunque al loro posto utilizzando tutti i mezzi e gli strumenti possibili ed immaginabili, leciti ed ai limiti della illiceità. In queste condizioni il nuovo '48 non solo è nei fatti ma diventa addirittura obbligatorio. Lo diventa per quel cinquanta per cento degli italiani che non vogliono morire schiacciati dai post-comunisti. E lo diventa anche per quella importante fetta del restante cinquanta per cento che non vuole neppure morire post-comunista. Il riferimento non è a Pierluigi Castagnetti ed a quei popolari che ormai hanno accettato l'idea di essere la foglia di fico dell'occupazione del potere da parte degli eredi del Pci. Il riferimento è ai Democratici di Arturo Parisi e, soprattutto, a quegli ex democristiani come Ciriaco De Mita o Franco Marini che non possono pensare di chiudere la propria storia politica come servi sciocchi degli ex ragazzotti della Fgci. Il riferimento, infine, è anche per Clemente Mastella che sa bene come la Rai da sempre anticipa al suo interno gli equilibri politici del paese ed i reali rapporti di forza. Ed ora ha finalmente scoperto che, in attesa di applicare lo schema all'interno territorio nazionale, i Ds hanno trasformato il servizio pubblico radiotelevisivo in una questione privata tra dalemiani e veltroniani. Chi vuole impedire che dalemiani e veltroniani si dividano il paese non ha che una strada. Fare un '48!
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