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L'Euro, D'Alema e l'ex governatore Ciampi 1 febbraio 2000 La crisi dell’euro è destinata a produrre una serie infinita di conseguenze negative. Dall’inevitabile aumento dell’inflazione all’altrettanto inevitabile aumento del costo del denaro. Dall’impossibilità di rilanciare l’economia fino, addirittura, all’incrinatura del progetto dell’unità europea che dopo la realizzazione della moneta unica avrebbe dovuto passare alla fase dell’integrazione politica dei paesi del Vecchio Continente.Queste conseguenze riguardano i rapporti internazionali e gli equilibri politici complessivi del pianeta. Ma non possono non produrre riflessi all’interno delle situazioni politiche particolari dei singoli stati.Quali saranno, allora, i contraccolpi in Italia della crisi dell’euro? La risposta è scontata. E riguarda in pieno la strategia che il Presidente del Consiglio Massimo D’Alema e le forze della sua maggioranza di centro sinistra avevano messo in cantiere per l’ultimo scorcio della legislatura. Questa strategia puntava su un elemento preciso e prevedeva una sola direttrice di marcia. L’elemento era rappresentato dalla convinzione che nel corso del 2000 l’economia nazionale si sarebbe ripresa dal lungo torpore consentendo al governo di arrivare alla verifica politica di fine legislatura liberando gli italiani dei fardelli più odiosi ed appariscenti della politica fiscale portata avanti dal ‘96 ad oggi. La direttrice, invece, elaborata dal segretario dei Ds Walter Veltroni ed ufficializzata in occasione del congresso diessino del Lingotto, stabiliva che forte della prevista ripresa economica la sinistra avrebbe potuto lanciare una lunghissima “guerra santa” contro l’opposizione impersonificata da Silvio Berlusconi per arrivare nell’aprile del 2001 a chiudere definitivamente i conti con il Cavaliere e con il centro destra. Di qui la forzatura di far passare le regole sulla par condicio a brutali colpi di maggioranza. E di qui la sempre più evidente intenzione di sfruttare ogni occasione, da quelle di natura giudiziaria a quelle di natura legislativa, per mettere con le spalle al muro Berlusconi ed arrivare alle elezioni politiche con la vittoria già in tasca. Il piano era ben preparato. Prevedeva la pace sociale garantita dai sindacati, qualche graziosa riduzione della pressione fiscale, un nuovo passo in avanti sulla strada delle false privatizzazioni per rinforzare il consenso dei nuovo boiardi di stato, altri provvedimenti di rottamazione per garantirsi ancora una volta la benedizione dell’avvocato. Ed, ovviamente, una guerra totale ed a tutto campo contro Berlusconi.Ma che succede adesso che rischia di saltare il presupposto di fondo su cui si doveva reggere l’intera strategia dell’ultima fase della legislatura?Sarà bene che il Presidente del Consiglio si affretti a trovare una qualche risposta all’interrogativo. In mancanza della tanto sperata ripresa economica la “guerra santa” contro l’opposizione rischia non solo di trasformarsi in un boomerang ma anche di provocare dei guasti irrecuperabili al tessuto politico e sociale del paese. Su questo punto sarebbe opportuno che anche il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi riflettesse attentamente. Un clima da guerra civile azzerra ogni discorso sulle tanto attese riforme e rende vana qualsiasi speranza di superare indenne la tempesta provocata dalla crisi dell’euro e dall’aggravamento della situazione economica.Un paese diviso è fin troppo vulnerabile. E nessuno lo può sapere meglio dell’ex Governatore della Banca d’Italia attualmente insediato al Quirinale. |