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Commissione ombra su Tangentopoli 17 marzo 2000 Con la benedizione di Antonio Di Pietro e la soddisfazione di Gavino Angius il Senato ha dato il via alla Commissione d’inchiesta su Tangentopoli stabilendo che il Parlamento di tutto si potrà occupare tranne che dell’operato della magistratura dal ‘92 ad oggi. Gli esponenti del Polo hanno giustamente rilevato che la limitazione d’indagine pretesa ed ottenuta da Di Pietro rende sostanzialmente inutile l’istituzione della commissione parlamentare. E’ come se un gruppo di storici decidesse di compiere una ricerca sull’impegno italiano nella prima guerra mondiale escludendo il 1917 e la rotta di Caporetto. O se un direttore d’orchestra decidesse di mettere in scena la “ Tosca “ tagliando il terzo atto dell’opera pucciniana. I paragoni sono paradossali. Ma servono a rendere ancora più evidente il senso e la portata della scelta compiuta dalla maggioranza nel fissare dei paletti che svuotano di qualsiasi significato l’istituzione di una commissione parlamentare su Tangentopoli. La spiegazione fornita da Di Pietro ed Angius è che il limite alle indagini è stato fissato per impedire al Polo di usare la Commissione per mettere sotto indagine l’operato di alcune procure e di alcuni magistrati. Ma oltre ad essere puerile questa spiegazione è anche controproducente.Ogni cittadino provvisto di semplice senso comune capisce come non sia possibile separare il capitolo dedicato all’indagine sul fenomeno della corruzione dal capitolo sui modi ed i sistemi impiegati nella lotta alla corruzione stessa. Ed ogni cittadino si rende perfettamente conto che c’è una ragione precisa se si sceglie di approfondire il primo capitolo ignorando totalmente il secondo. Chi ha deciso di indagare su Tangentopoli rinunciando a scoprire come è stata condotta la lotta alle tangenti, non ha alcuna intenzione di utilizzare la Commissione per indentificare il metodo migliore per non ripetere l’esperienza della corruzione diffusa. Punta a compiere una semplice e banale operazione politica. Quella di rimettere di nuovo sul banco degli imputati quei personaggi della Prima Repubblica che sono già stati liquidati giudiziariamente e politicamente. Ma non vuole assolutamente portare alla luce i meccanismi reali della corruzione. Quelli che le Procure eccellenti ed i magistrati politicizzati non sono stati in grado di portare alla luce perché troppo impegnati a colpire i singoli esponenti politici del fronte avverso piuttosto che a comprendere le dimensioni e le cause della corruzione generalizzata. Se la Camera dovesse confermare i paletti fissati dal senato, quindi, la Commissione su Tangentopoli nascerebbe zoppa e destinata a breve ed ingloriosa vita. Il che è sicuramente una presa per i fondelli per l’opinione pubblica del paese. Ma è anche una spinta ulteriore a pretendere che presto o tardi venga alla luce la verità sulla storia d’Italia dell’ultimo cinquantennio. Sappiamo fin da ora che il lavoro della Commissione sarà una inutile perdita di tempo finalizzata a ripetere la vulgata manichea dei teorizzatori della via giudiziaria al socialismo nel nostro paese. Per cui, fin da ora, va sottolineata la necessità che il Polo si faccia carico del problema della verità dando vita ad una “commissione ombra” destinata ad indagare anche sul terreno considerato proibito da Di Pietro e dai Ds. E’ vero che una “commissione ombra” su Tangentopoli non avrebbe i poteri e le possibilità di quella ufficiale. Ma di sicuro avrebbe una autorevolezza morale ed un peso politico infinitamente superiori a quella della storia dimezzata. D’altro canto non è forse vero che la verità è rivoluzionaria e che può essere ritrovata con o senza la benedizione formale delle
istituzioni?
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