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Il nodo delle elezioni 23 marzo 2000 La protesta di Luciano Violante sull’assenteismo parlamentare che si è accentuato negli ultimi mesi è un duplice segnale. Per un verso indica come la scelta dello scontro frontale fatta dalla maggioranza su imposizione del gruppo dirigente dei Ds porti inevitabilmente alla paralisi del Parlamento. La pretesa di governare a colpi di maggioranza legiferando contro l’opposizione (dalla par condicio al conflitto d’interessi) si dimostra un’arma spuntata. Può servire nel breve periodo. Ma alla lunga, visto poi che la maggioranza è sempre più divisa e sfilacciata, porta ad una inevitabile e pericolosa inattività parlamentare. Per l’altro verso, poi, la sortita di Violante indica che la legislatura è in via di esaurimento. E crea le condizioni istituzionali per un eventuale ricorso allo scioglimento anticipato delle Camere ed alle elezioni politiche generali. Nessun presidente della Repubblica gradisce spezzare il corso naturale delle legislature. Ma se un presidente di un ramo del Parlamento denuncia il sostanziale esaurirsi dell’attività legislativa, il capo dello Stato non può avere più remore. E se si creano le condizioni politiche adatte non può più opporsi all’eventualità delle elezioni anticipate. Ma c’è la possibilità che queste condizioni possano scattare? La risposta è fin troppo positiva. Se il voto del 16 aprile dovesse ribaltare le previsioni della vigilia e segnare la sconfitta dell’attuale maggioranza di governo, è facile pronosticare che la coalizione guidata da Massimo D’Alema non arriverà viva a maggio. E la sua scomparsa spianerà automaticamente la strada all’anticipo di un anno del grandi chiarimento politico. A dare corpo a questa ipotesi c’è l’iniziativa trasversale per una legge che segni il ritorno al proporzionale, sia pure sulla base del modello tedesco. I proporzionalisti sanno fin troppo bene che solo le elezioni anticipate farebbero rinviare di un anno il referendum. Ed hanno un interesse diretto a puntare all’interruzione della legislatura. Ma c’è di più. Almeno la metà dei parlamentari del Ppi è ormai consapevole che i Ds non sono più in grado di garantire ai popolari i seggi del ‘96. Per questi deputati e senatori la sopravvivenza passa inevitabilmente attraverso l’apertura della crisi di governo, la separazione dall’ala del Ppi decisa a confluire nei Ds o in una qualunque “cosa” unitaria della sinistra e l’accordo con il Polo per l’allargamento del centro destra e la creazione di una nuova maggioranza di governo per la prossima legislatura. Questi parlamentari del Ppi, così come molti altri dei “cespugli” del centro sinistra, sanno che per loro i tempi sono strettissimi. Ora o mai più. Se la crisi di governo dovesse avvenire entro aprile per andare ad elezioni anticipate a giugno, hanno la possibilità di contrattare al meglio con il Polo il loro passaggio di campo. Se aspettano la scadenza naturale della legislatura perdono qualsiasi importanza e valore agli occhi del Polo. Ed invece di essere come adesso, un valore aggiunto, rischiano di diventare un inutile peso da evitare come la peste. In caso di sconfitta del centro sinistra alle regionali, quindi, lo scenario diventa semplice. Con una sola incognita. Quella rappresentata dalla decisione ultima del leader del Polo Silvio Berlusconi. Sceglierà la strada delle elezioni anticipate accettando di caricarsi il peso poco affidabile non solo della Lega ma anche di mezzo Partito Popolare? Oppure aspetterà ancora per un anno per non gravarsi di troppo alleati infidi dell’ultima
ora?
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