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  Il falso nuovo ed il vero futuro
24 marzo 2000

Walter Veltroni dice che la carica dei proporzionalisti segna il “ritorno della vecchia Italia”. Ma il segretario dei Ds sa bene che la sua è una affermazione totalmente sbagliata. La vecchia Italia non ha alcuna possibilità di ritornare. Per la semplice ragione che non è mai scomparsa. Figura in tutte le formazioni politiche, vecchie o nuove che siano. Ma, più di tutte, figura nel partito di cui Veltroni è il segretario e Massimo D’Alema è il leader formalmente incontrastato. I Ds rappresentano la formazione politica che più di ogni altra, al di là delle mutazioni di sigla, è rimasta ferma ed immutabile negli uomini, nei progetti, nel proprio blocco sociale e nella passi politica sia al proprio interno che all’esterno. Certo, qualcosa è cambiato sul piano del lessico familiare. Dentro il partito non si parla più di centralismo democratico. Al suo posto si pratica il moderno leaderismo. Ma, come può testimoniare Achille Occhetto, l’innovazione non ha minimamente cambiato le regole interne. A comandare è sempre e soltanto uno solo, “il migliore” di turno, nel più assoluto e totale disprezzo del metodo democratico. 

Nei loro rapporti esterni, inoltre, i Ds hanno cancellato il vecchio volto marxista-leninista e hanno modellato le proprie fattezze a quelle del socialismo democratico europeo. Ma, come può toccare con mano lo stesso Massimo D’Alema, l’operazione è servita solo a portare a termine l’”operazione paguro”, quella con cui gli ex comunisti prima hanno ucciso i socialisti e poi nei hanno indossato le vesti. Per il resto basta che il Presidente del Consiglio accenni ad una politica economica innovativa di stampo socialdemocratico europeo, che subito il proprio blocco sociale di riferimento lo smentisce e blocca bruscamente. A conferma che la vecchia cinghia di trasmissione funziona ancora perfettamente. Anche se all’incontrario. Ne deriva che la “nuova Italia” di cui Walter Veltroni si pone come difensore accanito è solo una finzione. Di “nuovo” c’è solo che dopo la rivoluzione giudiziaria del biennio ‘92-94 e dopo la svolta del maggioritario sporco del “Mattarellum”, i post-comunisti sono riusciti a conquistare e conservare il governo del paese con meno del venti per cento dei consensi elettorali. Se la gestione del governo si svolgesse senza i vecchi metodi del Dna leninista dei post comunisti, l’anomalia sarebbe sopportabile. 

L’ottanta per cento del paese emarginato od addirittura espulso dalle istituzioni potrebbe sempre sperare di ribaltare la situazione nel rispetto delle regole della democrazia. Ma questo rispetto non esiste. In termini di occupazione e sfruttamento del potere il governo della sinistra è decisamente peggiore di quello tanto vituperato del Caf della Prima Repubblica. Con la differenza che mentre il Caf assicurava ampi margini di libertà all’opposizione (basterebbe ricordare la Rai di Guglielmi, il Telekabul di Curzi e la compartecipazione in quota ad ogni tipo di affare passasse per la sfera pubblica), i post-comunisti al governo puntano apertamente a liquidare con ogni mezzo l’opposizione moderata. Questo, allora, non è il “nuovo”. E’ il peggio. E tentare di superarlo non significa tornare al passato ma puntare verso un migliore e diverso futuro. 

Per raggiungere questo risultato non c’è altra strada che modificare il sistema elettorale che ha prodotto l’anomalia dello strapotere della sinistra autoritaria. Per cui ben venga il modello tedesco. A condizione che non vengano buttate a mare le uniche indicazioni positive portate dalla ventata maggioritaria degli anni ‘90: il bipolarismo ed il presidenzialismo.Per tutelarle non c’è bisogno di compiere battaglie ideologiche in nome del sistema maggioritario. Basta pretendere l’inserimento di norme antiribaltone e l’elezione diretta del premier dentro il meccanismo del “ modello tedesco”. Tutto in nome della necessità politica di rimuovere l’anomalia italiana e riattivare la normale dialettica democratica nel paese.