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  Il buio oltre la crisi
19 aprile 2000

Quella che si è aperta con le dimissioni ed il rinvio alle Camere di Massimo D'Alema è la più classica delle crisi al buio. Si sa perfettamente come e perché si sia aperta. Non si riesce minimamente a capire come possa concludersi. I partiti del centro destra chiedono a gran voce le elezioni anticipate. Ma sono del tutto consapevoli che la loro richiesta è più l'espressione di un legittimo diritto politico che non una ragionevole speranza. Chi ha perso alle regionali non ha alcuna intenzione di riperdere a stretto giro di posta anche le politiche. E farà di tutto per evitare l'interruzione della legislatura. Al tempo stesso i partiti della maggioranza assicurano che il dopo-D'Alema non sarà costituito da alcun governo tecnico od istituzionale ma sarà assicurato dalla stessa coalizione di centro sinistra, magari allargata per l'occasione a Rifondazione Comunista, guidata da un nuovo presidente del Consiglio. Anche i leader della maggioranza, però, così come i loro colleghi del centro destra, sanno che il loro è un semplice e scontato auspicio. La realtà rende quasi impossibile l'ipotesi di risolvere la crisi con la semplice sostituzione del "capro espiatorio" D'Alema .

La ragione è presto spiegata. Se vuole chiudere la crisi nel segno della continuità e del rilancio ella propria formula il centro sinistra non può limitarsi a scegliere solo un nuovo presidente del Consiglio. Chiunque finisca a Palazzo Chigi dopo il voto del 16 aprile e nella prospettiva di guidare il governo nell'ultimo anno della legislatura, sarà automaticamente il candidato premier della coalizione. E' il grado il centro sinistra di compiere in pochi giorni una impresa su cui continua a sbattere la testa da quattro anni di seguito? Il problema non è di tempo. E neppure di semplice alternanza alla guida coalizione, come vorrebbe far credere Clemente Mastella che chiede il passaggio di consegne tra D'Alema ed un esponente centrista. Il problema riguarda l'impossibile equilibrio tra le diverse componenti dello schieramento uscito sconfitto dal voto regionale. Romano Prodi venne scalzato da Palazzo Chigi in nome della legittima pretesa del partito più forte ed organizzato della coalizione ad esprimere il Premier. 

Ma il voto di domenica scorsa ha confermato in maniera incontrovertibile che qualunque premier proveniente dal mondo post-comunista suscita il rigetto da parte della stragrande maggioranza del paese. Per uscirne non ci sono che due strade. O i Ds cancellano il loro Dna egemonico e pur rappresentando il partito più forte del centro sinistra si lasciano condannare all'eterno ruolo di portatori d'acqua di qualche esponente centrista senza seguito o senza partito. Oppure i centristi della coalizione rinunciano alla pretesa di piazzare un loro generale alla guida dell'esercito della sinistra. E si accontentano di tornare all'opposizione in compagnia dei post-comunisti e fino a quando questi ultimi non avranno modificato completamente la loro natura. Con simili presupposti la crisi appare praticamente inestricabile. A meno che anche nel centro sinistra non si incominci a prendere atto che il problema della coalizione è uno solo: Il mancato superamento del vecchio fattore K.