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La stampa ottusa 21 aprile 2000 Nessuno è pronto a scommettere mezza lira sull’ipotesi di una ricostruzione del centro sinistra. Con la sola novità di Giuliano Amato al posto di Massimo D’Alema. Per una eventualità del genere mancano le condizioni politiche ed i numeri parlamentari. Ma le sterili liturgie dei partiti della vecchia maggioranza richiedono qualche giorno di inutile balletto prima di arrivare ad una conclusione che il buon senso rende evidente fin da ora. Per cui, più che entrare nel merito dei passaggi contingenti della crisi, vale la pena occuparsi di un aspetto apparentemente marginale ma di fatto molto importante della svolta politica avvenuta nel nostro paese. Quello rappresentato dal ruolo e dal comportamento complessivo tenuto dalla grande stampa nazionale ed estera rispetto al voto del 16 aprile. E nei confronti delle sue conseguenze. Nel commentare la batosta elettorale il segretario dei Ds Walter Veltroni ha tenuto a precisare, quasi alla ricerca di una attenuante per le responsabilità proprie e del proprio partito, che nessuno aveva avuto sentore o manifestato il sospetto del terremoto polico delle elezioni regionali. In realtà qualche osservatore e commentatore non di sinistra aveva pronosticato lucidamente che le elezioni si sarebbero tradotte in una batosta per il centro sinistra. Ma poiché per le regole del “politicamente corretto” o si è di sinistra o non si è, il segretario diessino non ha preso minimamente in considerazione questi segnali e questi avvertimenti. Ha dato ascolto solo alle rassicuranti analisi e valutazioni della grande stampa italiana ed estera. E ne ha pagato lo scotto. Ma perché i maggiori giornali italiani e stranieri hanno sbagliato qualsiasi previsione? Perché insistono nei loro errori fingendo o che le elezioni non ci siano state, o che abbiano prodotto un risultato analogo a quello di Haider in Austria? E che tipo di scotto pagheranno per le loro sciocchezze vecchie e nuove? Le risposte relative ai comportamenti della stampa italiana possono essere riassunte nel doppio condizionamento che da parecchi anni domina incontrastato sulla stragrande maggioranza dei giornalisti italiani. Quello della appartenenza politica e quello del conformismo culturale. Si sa che molti di loro, prima ancora che essere dei professionisti dell’informazione, sono dei militanti di partito. E si sa anche che molti dei pochi non militanti sono in parte dei conformisti ed in parte dei vergognosi servi proni a qualsiasi tipo di potere. Diversa ma altrettanto semplice è la risposta che riguarda i giornalisti esteri. Anche molti di loro sono più militanti della sinistra internazionale che dei professionisti dei media. I restanti, però, non possono essere né dei conformisti, né dei servi. Almeno in teoria sono liberi dai condizionamenti del potere. Per cui non sono altro che degli incapaci. Su questo punto bisognerebbe aprire un apposito dibattito. Non tanto per insegnare le regole basilari del mestiere a chi si rifiuta di impararle. Ma soprattutto per far aprire gli occhi a chi invia in Italia gente priva di qualsiasi “fondamentale” e tende a prendere per buone le loro continue sciocchezze. Il riferimento all’incapacità riguarda, in particolare, alcuni giornali inglesi od americani che da sempre brillano per la loro totale incapacità di comprendere l’Italia e le sue vicende. Fino ad ora, a causa della nostra inguaribile esterofilia, li abbiamo sempre giustificati sostenendo che le vicende politiche del nostro paese sono oggettivamente incomprensibili. Ma è arrivato il momento di uscire dall’autopregiudizio. E seguire l’esempio del bambino della favola. Il re è nudo e qualche giornalista straniero è
cretino!
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