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Il simbolo del fallimento 27 aprile 2000 Sul nascituro governo Amato è stato detto praticamente tutto il male possibile. Non tanto e non solo dagli esponenti e dai commentatori del centro destra. Quanto dagli osservatori e dai leader politici del centro sinistra che il dottor Sottile è stato chiamato a ricostruire. Il paradosso è solo apparente. Chi ne dovrebbe parlare comunque bene ed invece ne parla male non lo fa per vezzo o per snobismo ma perché incomincia ad essere consapevole del reale significato politico assunto dalla nuova coalizione governativa. Quello della conferma definitiva dell’esaurirsi della fase di transizione iniziata con la “rivoluzione giudiziaria” del ’92, guarda caso in concomitanza con la nascita del primo governo Amato. E, soprattutto, della dimostrazione incontrovertibile che, insieme alla transizione, si è esaurita anche la formula politica di sinistra centro che ne era stato il frutto principale. Il secondo governo Amato, in sostanza, chiude la fase degli anni ’90. E lo fa trasformandosi nel simbolo vivente del fallimento della formula politica che sembrava destinata costruire sul resti della Prima Repubblica rasa al suolo dai bombardamenti giudiziari una Seconda Repubblica caratterizzata dalla presenza stabile ed egemone dei post-comunisti al governo. Da adesso fino alla primavera del prossimo anno, sempre che le Camere gli concedano una risicata fiducia, la compagine governativa servirà a ricordare agli italiani che se il paese vuole andare avanti deve liberarsi di una maggioranza di governo ormai incapace di guardare oltre i confini della propria sopravvivenza. Il tentativo di scaricare la colpa della sconfitta elettorale e della batosta del centro sinistra sulle spalle del solo Massimo D’Alema è stato vanificato proprio dall’espulsione forzata dell’aborto governativo di Giuliano Amato. Se i partiti del centro sinistra avessero concordato un esecutivo con le caratteristiche richieste dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sarebbe stato facile trasformare l’ex presidente del Consiglio nell’unico e comodo “capro espiatorio” della situazione. Magari in compagnia di Rosy Bindi e di Luigi Berlinguer. Invece la manovra è fallita. Le liti sulla spartizione dei ministeri secondo la peggiore prassi della Prima Repubblica ha reso evidente che il difetto non è negli uomini ma nella formula. E che l’ultimo anno della legislatura si consumerà attraverso una serie di pesanti e dolorose conferme giornaliere di questa indiscutibile verità. Il prezzo di questo stillicidio sarà sicuramente pagato da tutti i partiti del centro sinistra. Si illude chi pensa che nei prossimi dodici mesi Giuliano Amato riuscirà a dare un governo serio e solido al paese ed a rilanciare l’alleanza in chiave riformatrice. Ogni singola forza politica del centro sinistra tenterà l’impossibile per accrescere la propria visibilità ed aumentare il proprio potere contrattuale. E tutto si risolverà in una gara continua a chi farà la voce più grossa degli altri pretendendo il possibile e, soprattutto, l’impossibile. La maggioranza allungherà di un anno la propria sopravvivenza. Ma il costo dell’operazione sarà molto più salato e devastante di quello che avrebbe dovuto pagare in caso di elezioni anticipate. Ma se il centro sinistra ha deciso di impiccarsi con le proprie mani faccia pure. Il dramma è che il suo feroce masochismo si scarica su tutti gli italiani. Quanto inciderà sul paese il tramonto inglorioso dell’attuale formula di governo? Sarà bene che il presidente della Repubblica tenga ben presente questo interrogativo. Tra i suoi compiti non c’è solo quello di rispettare le regole formali ma anche di difendere e tutelare concretamente la
Repubblica.
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