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  La strada obbligata dei radicali
5 maggio 2000

Angiolo Bandinelli mi ringrazia per l’ospitalità e mi chiede il permesso di andare avanti con una seconda puntata nella difesa di Marco Pannella. A mia volta ringrazio Bandinelli di aver deciso di usufruire dell’ospitalità de “L’opinione”. E non solo gli permetto di buon grado di andare avanti nella sue puntate difensive del leader radicale ma apro un vero e proprio dibattito sull’argomento sollecitando chi si sente stimolato dalle riflessioni di Bandinelli ad intervenire liberamente sull’argomento. Per quanto mi riguarda sono lieto di partecipare per primo alla discussione. E non solo per amicizia e stima nei confronti di Bandinelli ma soprattutto perché considero di vitale importanza per un migliore futuro della democrazia italiana un franco ed approfondito confronto sul “caso Pannella” e sulla più ampia questione che questo caso solleva. 

Sul caso personale del leader radicale non ho molto da dire tranne che condivido in pieno le valutazioni di Bandinelli sulla meritoria azione politica portata avanti da Pannella negli ultimi decenni della storia dell’Italia repubblicana. Non sono solo le vittorie elettorali a determinare la grandezza politica, morale e culturale dei personaggi. E quindi non può essere la sconfitta del 16 aprile a rappresentare il metro di misura di Pannella e del suo operato complessivo. Il paese deve molto a questo testardissimo abruzzese. Di sicuro alcune delle spinte che più lo hanno cambiato ed innovato alla vigilia del terzo millennio. Ma il pieno riconoscimento del ruolo che il leader radicale si è conquistato nella storia del paese non esime dall’affrontare la questione politica contingente sollevata ed evidenziata dalla sconfitta del 16 aprile. Anzi, proprio perché si riconoscono a Pannella innumerevoli meriti storici non si può non analizzare fino in fondo le ragioni dell’insuccesso radicale alle regionali. 

Se Pannella fosse un esponente politico qualsiasi non ci sarebbe bisogno di alcuna analisi o discussione. La sconfitta parlerebbe da sola. Ma Pannella è un simbolo delle battaglie liberali, liberiste e libertarie. E se non si vuole che con il simbolo anche queste battaglie vengano considerate sconfitte è necessario non lasciarsi velare dalla stima e dall’amicizia per il personaggio ed andare fino in fondo. Per quanto mi riguarda il percorso analitico da compiere è fin troppo semplice e breve. Rimango fermo a quanto ho avuto occasione di scrivere alla vigilia del voto. A mio parere la sconfitta radicale è la conseguenza della decisione di Marco Pannella e di Emma Bonino di continuare ad essere una testimonianza piuttosto che svolgere un ruolo apertamente, dichiaratamente e marcatamente politico. 

Questo era ed è il risultato della contraddizione di battersi per il maggioritario puro e puntare sul proporzionale per non dover scegliere tra i due grandi schieramenti in lotta per il governo del paese. Pannella e la Bonino erano e sono consapevoli della contraddizione e delle sue conseguenze. Ma hanno puntato sulla via più tradizionale ed anche meno impegnativa. Per tenere alta una bandiera non c’è bisogno né di un partito e neppure dell’otto per cento del corpo elettorale. Basta un pugno di fedelissimi, una radio, grande fantasia e la visibilità e la popolarità conquistate in anni ed anni di lotte generose e spesso disperate. La loro scelta di svolgere un ruolo di pura testimonianza è stata ed è sicuramente legittima. Tanto più che stronca sul nascere qualsiasi discorso sulla vittoria o sulla sconfitta. Ma comporta anche una precisa responsabilità. Quella di rinunciare a priori, almeno in una fase politica caratterizzata da un bipolarismo sempre più marcato anche se anomalo, a dare concretezza politica alle battaglie liberali, liberiste e libertarie. 

Il “terzaforzismo” non ha mai prodotto grandi risultati politici nel passato caratterizzato dal sistema proporzionale. Ne produce ancora di meno oggi con il maggioritario sia pure imperfetto. E questa responsabilità non è nei confronti di se stessi ma verso quelle centinaia di migliaia di cittadini che non si accontentano solo della testimonianza ma che vorrebbero vedere finalmente realizzare le istanze di cambiamento in senso liberale, liberista e libertario. Di qui, esaurito il caso Pannella e Bonino la più generale “questione radicale”. Alla vigilia delle elezioni regionali ero convinto che se le liste di Marco Pannella e di Emma Bonino avessero stipulato una naturale alleanza con il centro destra, i radicali avrebbero ottenuto un grande successo politico ed avrebbero assunto un ruolo propulsivo per l'intera area moderata. Certo, avrebbero dovuto confrontarsi con le componenti cattoliche e nazionali e con il nuovo liberalismo popolare interpretato da Silvio Berlusconi. 

Ma il confronto, sempre se condotto senza dannosi ritorni al passato e senza inutili intransigenze di natura ideologica, sarebbe stato sicuramente possibile. Ed avrebbe garantito una accelerazione nel processo di affrancamento del paese dalle pastoie e dai condizionamenti del socialismo reale in salsa clericale degli ultimi quarant'anni. Quella naturale alleanza non c'è stata. E l'occasione di coniugare testimonianza e politica è saltata. Io, però, rimango sempre più convinto che, se oltre ad agitare una bandiera si vuole anche contribuire a migliorare la società italiana, i liberali, i liberisti ed i libertari siano obbligati a puntare di nuovo verso l'alleanza tra radicali e centro destra. Il tempo per ricucire lo strappo c'è tutto. Nei trecento giorni che mancano alla fine della legislatura si può tranquillamente ricostruire una solida e valida intesa. Non solo in nome delle evidenti affinità tra i liberali moderati ed i liberali radicali. Ma soprattutto in ossequio ad una scelta che è già stata compiuta dalla stragrande maggioranza dell'elettorato di area liberale. A questo scopo impegno fin d'ora "L'opinione delle libertà" ad organizzare, stimolare, sollecitare e promuovere il confronto tra i liberali del Polo e quelli di Pannella e della Bonino. Non in nome della pura testimonianza. Ma con l'obbiettivo di contribuire a dare vita al primo governo apertamente e dichiaratamente ispirato ai valori di libertà della storia dell'Italia repubblicana.