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Tutti revisionisti 11 maggio 2000 Ha ragione Barbara Spinelli che su "La Stampa" denuncia come il nostro sia "un paese senza memoria". E non ha nemmeno torto quando tira il ballo la vicenda di Mani Pulite a conferma di questo difetto nazionale. Non convince, per la verità, la difesa d'ufficio che l'autorevole editorialista compie di Antonio Di Pietro. Ma questo non toglie che il nostro rimanga un paese privo di qualsiasi memoria storica. La conferma ulteriore viene da due episodi diversi e separati. Uno capitato alla fine della scorsa settimana. L'altro più recente. Il primo episodio è costituito dall'intervento effettuato dall'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro al convegno "Memoria e democrazia" organizzato a Firenze dall'"Associazione per le storia e le memorie della Repubblica". Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio Scalfaro ha lanciato un appello alla verità storica messa troppo spesso in discussione dai revisionisti. Ha definito "errata la via seguita dagli studiosi che cercano la riconciliazione attraverso la menzogna". E dopo aver condannato quanti scelsero di stare dalla parte degli "strumenti del male" durante la guerra civile, ha pesantemente contestato chi mette in discussione le verità storiche conclamate tali dalla vulgata antifascista del cinquantennio repubblicano. Si è trattato, in sostanza, della solita manifestazione di adesione dell'ex Capo dello Stato alle tesi della storiografia di scuola marxista e gramsciana. Quella che ha fissato i paletti della storia del nostro paese sulla base delle proprie convinzioni ideologiche e delle proprie necessità politiche contingenti. E si oppone a qualsiasi ricerca ed approfondimento potenzialmente in grado di intaccare le verità rivelate dalla cultura egemone della sinistra. Ma si è trattato, soprattutto, di una severa condanna a carico di quei revisionisti che tentano di riscrivere la storia del Novecento arrogandosi il diritto di uscire dal seminato e rompere i canoni della tradizione egemone. Il secondo episodio è invece quello dell'altro ieri relativo alla assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo avviato da quell'avviso di garanzia che colpì il leader del Polo quando, nelle vesti di presidente del Consiglio, presiedeva a Napoli il vertice internazionale sulla criminalità. Sappiamo tutti come la storiografia ufficiale abbia catalogato la vicenda ponendola come la logica conclusione di quella teoria del doppio stato che la sinistra ha trasformato nell'unica interpretazione accettata e riconosciuta della storia d'Italia del secondo novecento. Secondo questa "verità" l'incriminazione di Berlusconi sarebbe stata l'ovvia prosecuzione della rivoluzione giudiziaria che aveva prodotto la caduta della Prima Repubblica e che avrebbe dovuto, attraverso l'eliminazione del Cavaliere, dare vita alla Secondo Repubblica finalmente liberata dalle forze moderate. Tra i due episodi, come si è detto, non esiste un rapporto diretto ma un nesso storico-politico più forte di qualsiasi causa ed effetto. Quello rappresentato dalla persona fisica di Oscar Luigi Scalfaro. Stupisce che una osservatrice acuta come Barbara Spinelli non abbia accolto questo nesso nella denuncia della mancanza di memoria del paese. Ma come si può pretendere che il paese coltivi la propria memoria storica quando un ex presidente della Repubblica invoca la sacralità della verità storiografica codificata per la prima
metà del Novecento ed evita accuratamente di ricostruire la verità degli avvenimenti di cui é stato protagonista principale nella seconda metà degli anni Novanta? La storia dell'avviso di garanzia che avviò il processo di disgregazione del governo di centro destra eletto democraticamente nel '94 è ancora tutta di scrivere. Per farlo mancano le testimonianze dei principali personaggi della oscura vicenda. Primo fra tutti quell' Oscar Luigi Scalfaro che predica male e razzola ancora peggio. Certo, all'ex Capo dello Stato fa molto comodo trincerarsi dietro la sacralità della vulgata di sinistra della storia d'Italia, compresi gli anni Novanta. Ma non c'è da meravigliarsi e da lamentarsi, poi, se il paese rifiuta la memoria storica che gli continua ad essere propinata. Il comodo di Scalfaro e della sinistra non è lo stesso degli italiani. Che, non a caso, stanno diventando tutti revisionisti.
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