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  Il Csm e la credibilità zero
19 maggio 2000

Dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio nazionale ed internazionale come il capo incontrastato della Mafia, Giulio Andreotti è stato assolto. Ed ora, dopo aver inghiottito discredito per sette anni di seguito senza una sola parola di protesta, il senatore a vita ha deciso di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Non ha chiesto i danni materiali e morali per essere stato infilato a forza nel frullatore mediatico-giudiziario messo a punto per liquidare, con la sua persona, anche la Democrazia Cristiana. Non ha approfittato dello scranno di Palazzo Madama e della sua posizione all’interno del gruppo parlamentare di un partito della maggioranza come il Ppi per chiedere una indagine ministeriale sui procuratori palermitani. E non ha neppure gridato contro quei settori politicizzati della magistratura che lo hanno costretto a compiere una dolorosa via crucis morale, civile, politica ed economica totalmente sconfessata dalla sentenza di assoluzione. Ha criticato un paio di magistrati usando termini già utilizzati nel corso del processo dai suoi avvocati difensori. Ed ha rilevato che alcuni di loro sono riusciti a fare carriera solo sull’onda della notorietà ottenuta da una inchiesta che è costata parecchie decine di migliaia allo stato. 

Si è trattato, in sostanza, di un sfogo. Neppure troppo sopra le righe. E qualunque persona di buon senso l’ha interpretato come tale considerando che è stato decisamente il meno che un personaggio come Andreotti potesse fare.  Ma alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura non sono stati di questo avviso. E, usurpando un compito che dovrebbe spettare solo all’organizzazione sindacale dei magistrati, l’Anm, sono subito scesi in campo non solo per rintuzzare le parole del senatore a vita ma soprattutto per negare ad Andreotti il diritto di criticare i suoi inquisitori. La faccenda è sconcertante sotto diversi punti di vista. Ma il principale riguarda la pretesa che i difensori d’ufficio degli inquirenti palermitani di Andreotti tentano di affermare attraverso la loro levata di scudi. Quella secondo cui qualunque atto compiuto da un qualsiasi magistrato debba essere considerato una sorta di zona franca rispetto al diritto di critica dei cittadini. 

Una volta erano le sentenze a dover essere rispettate ed a non dover essere discusse. Adesso, se passa la intemerata dai componenti del Csm nemici di Andreotti, anche le inchieste, gli atti istruttori ed i comportamenti processuali diventano proibiti. Ed in nome della sacralità del magistrato si arriva a conculcare il diritto di opinione del cittadino. I rischi connessi a questa bizzarra pretesa sono ampiamente conosciuti. Gli anni della cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” testimoniano meglio di qualsiasi argomentazione lo scempio di democrazia che può provocare un uso distorto e strumentale della sacralità della magistratura. Ma accanto a questo pericolo ce n’è un altro, molto più grave, che riguarda la stessa magistratura. Si tratta del pericolo “credibilità zero”. Che otto anni di uso strumentale e politico della giustizia ha molto avvicinato. E che oggi, con la difesa degli indifendibili, può essere definitivamente raggiunto.