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L'intendenza
di Panebianco 30 maggio 2000 L'amore per la polemica induce spesso anche i più saggi a compiere degli errori. E' il caso di Angelo Panebianco che ha scoperto di condividere la tesi di Marcello Veneziani secondo cui il 21 maggio "è stato sconfitto il Partito Liberale". La sconfitta, ovviamente, secondo Veneziani, non avrebbe riguardato il Pli storico, quello di Croce o Malagodi. Ma "quello che periodicamente viene invocato da alcune minoranze intellettuali e civili, imprenditoriali e politiche del nostro paese". La sconfitta, sempre a parere di Veneziani, dipende dal fatto che "il filo conduttore dei sette referendum era decisamente di segno liberale e liberista". E Panebianco si dichiara perfettamente d'accordo ponendo questa ammissione di sconfitta alla base di un ragionamento diretto a fissare due postulati precisi. Il primo è che l'artefice della batosta del moderno Partito Liberale degli intellettuali e delle minoranze è stato Silvio Berlusconi. Il secondo è che in questo modo il leader di Forza Italia ha modificato la natura originaria del proprio movimento, ha spianato la strada al ritorno dei centristi post-democristiani alla D'Antoni e non offre alcuna garanzia di poter guidare nel prossimo futuro il paese nel segno dell'auspicata innovazione liberale e liberista della società nazionale. L'errore di Panebianco non è quello di scaricare sul leader del Polo una sconfitta preannunciata in partenza. E non solo per l'atteggiamento di Forza Italia ma per le particolari circostanze politiche generali in cui è venuta a cadere la consultazione referendaria. E non è neppure la chiara intenzione di incalzare Berlusconi spingendolo a recuperare il Dna liberale originario ed a chiudere la strada ad una eventuale intesa di governo con il possibile "terzo polo" di D'Antoni. L'errore è nella posizione di fondo da cui partono tutte queste valutazioni e che traspare con tutta evidenza dalla tranquillità con cui Panebianco ha accettato la tesi di Veneziani sulla natura minoritaria ed elitaria della nuova galassia liberale. Quella dell'intellettuale chiuso nella propria torre accademica e culturale, che considera il proprio isolamento un segno irreversibile della propria diversità elitaria rispetto alla massa informe della maggioranza e che coltiva le proprie idee ma si rifiuta di confrontarle e verificarle con la realtà. Non si tratta di un errore nuovo. Anzi, oltre che essere una costante della cultura nazionale, è anche la tradizionale risposta liberale alla figura dell'intellettuale organico teorizzato da Gramsci e concretamente allevato da Bottai. Quella dell'intellettuale che, in nome della propria autonomia e libertà, deve essere necessariamente disorganico non solo a qualsiasi progetto politico ma alla stessa realtà politica del paese. Dopo quasi un secolo, in sostanza, impera sempre il modello prezzoliniano della "Società degli Apoti", di quelli che non la bevono, che non si confondono e che in nome della necessità di lasciare incontaminate le proprie idee si rifiutano di calarle nella bolgia inquinante della politica del proprio paese. Se Panebianco scendesse dalla torre, ad esempio, scoprirebbe che il ruolo minoritario attribuito da Veneziani ai liberali ed alle loro idee è una sorta di reperto archeologico utile a chi tenta di riesumare una visione acritica del fascismo sotto la nuova veste del comunitarismo. Sarà pure vero che gli intellettuali di cultura liberale sono minoritari ed isolati. Ma è ancora più vero che il secolo si è chiuso all'insegna di una svolta planetaria in direzione liberale. E che, per restare al nostro paese, quelli che portano avanti idee liberali saranno pure divisi tra mille partiti e schieramenti ma rappresentano la maggioranza. E, quel che è più importante, hanno finalmente la possibilità concreta di trasformarsi in occasione delle prossime elezioni in maggioranza politica destinata a governare l'Italia per una intera legislatura. Il problema, quindi, è di verificare quale tipo di rapporto può esserci tra l'intellettuale liberale disorganico, elitario e per sua scelta minoritario e la grande maggioranza di italiani che forse non si dichiarano liberali ma sono decisi a cambiare il paese in nome delle idee liberali.
L'atteggiamento di Panebianco sembra rivolto a dimostrare che questo rapporto poteva forse scattare se il partito che raccoglie una parte di questa grande massa avesse deciso di immolarsi alla causa del referendum. Ma ora il treno è passato e l'occasione persa. Come dire che per l'editorialista del "Corriere della Sera" l'unico terreno di incontro tra i liberali elitari chiusi nella torre e quelli maggioritari presenti nella società è quello della rampogna di tipo accademico e didattico dei primi nei confronti dei secondi.
Nessun rapporto, allora. Né organico, né disorganico. Solo qualche predica e qualche bacchettata. Quelle che servono agli ultimi iscritti alla "Società degli Apoti" a rimanere ben chiusi nella comoda torre dell'astratta accademia. E che dovrebbero spingere i liberali in maggioranza nel paese a fare da soli. Come in fondo hanno sempre fatto. Alla fine, tanto, anche la retroguardia intellettuale arriverà. Come l'intendenza di Napoleone.
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