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  Un anno di chiacchiere e propaganda
2 giugno 2000

La polemica tra Giuliano Amato e Katia Bellillo sul Gay Pride non è soltanto un’ulteriore dimostrazione dello scollamento e delle divergenze della maggioranza. E’ anche e soprattutto l’anticipazione particolareggiata dell’andamento della politica italiana da oggi fini al termine della legislatura. Qualcuno crede veramente che al ministro delle Pari Opportunità ed al presidente del Consiglio importi un granché se gli omosessuali riusciranno a trasformare la loro marcia in una manifestazione di contestazione del rifiuto della Chiesa Cattolica di riconoscere il loro presunto diritto a formare famiglie gay? E’ certo che sull’argomento la Bellillo ed Amato hanno opinioni precise e divergenti. Ma è addirittura scontato che la loro scaramuccia non è dipesa dal desiderio di confrontare o far scontrare le opposte posizione. E’ dipesa dalla rispettiva ed assoluta necessità di dare la massima evidenza alle proprie scelte per inviare un segnale preciso di perfetta adesione agli umori, ai desideri ed alle volontà della propria fascia di elettorato. 

La polemica tra la Bellillo ed Amato, in sostanza, è una polemica di natura squisitamente ed esclusivamente elettoralistica. Con il ministro che coglie al volo l’occasione per lanciare un messaggio al popolo della sinistra ancora legato ai miti ed alle tradizioni dell’anticlericalismo massimalista. E con il presidente del Consiglio che con altrettanta tempestività lancia un messaggio esattamente contrario a quella fascia di elettorato moderato che a suo parere costituisce la propria base di consenso. Né alla Bellillo, né allo stesso Amato importa un fico secco se il governo e la maggioranza rimediano l’ennesima figuraccia agli occhi del paese. Tanto sanno che in nessun caso si può rischiare la crisi sul Gay Pride ed il conseguente ricorso alle elezioni anticipate. Ciò che interessa è solo assumere atteggiamenti forzati per lanciare segnali della massima evidenza ai propri elettori. Il loro non è un comportamento isolato. Tutti gli altri leader e soggetti politici si comportano ormai allo stesso modo. Di fatto la campagna elettorale di fine legislatura è già iniziata. Ed è facile prevedere che fino alla scadenza della legislatura non ci sarà altra attività politica al di fuori di quella contrassegnata con il marchio della propaganda elettorale.

Non c’è bisogno di sottolineare ancora una volta il gravissimo rischio che il paese corre per questa gara a chi le dice e le fa più grosse. Le parole del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio hanno ampiamente dimostrato come l’unica ricetta in grado di salvare l’economia del paese sia quella dell’agire immediatamente. Ma che succede se invece di operare concretamente con decisioni e scelte tempestive si va avanti fino alla primavera del prossimo anno con una lunga ed estenuante campagna elettorale piena di chiacchiere e priva di qualsiasi fatto? La risposta spetta alle forze politiche. Soprattutto a quelle della maggioranza di governo che fino ad ora hanno dato l’impressione di voler scaricare sul paese l’intero peso delle proprie irrisolte contraddizioni. Chissà che a forza di ricevere quesiti del genere non incomincino a rendersi conto di una verità elementare. Un altro anno di campagna elettorale non solo non può rilanciare il centro sinistra. Rischia di liquidarlo del tutto.