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Scalfaro e D’Alema,
il ritorno dei due fantasmi 16 giugno 2000 Alle volte ritornano. Come fantasmi ma anche come simboli viventi della peggiore stagione del nostro paese. E’ il caso di Oscar Luigi Scalfaro e di Massimo D’Alema. Il primo che sermoneggia in una intervista al “Corriere della Sera” sui comportamenti più opportuni che il centro sinistra deve assumere se vuole sconfiggere l’odiato nemico Silvio Berlusconi e l’intero schieramento di centro destra. Il secondo che inaugura una singolare collaborazione giornalistica sul “Messaggero” fornendo una severa lezione di correttezza istituzionale al leader dell’opposizione. E, soprattutto, spiegandogli che se non vuole essere considerato un pericoloso eversore deve accettare la riforma elettorale nei tempi e nei modi che verranno stabiliti dalla maggioranza di centro sinistra. Di Scalfaro e delle sue accorate raccomandazioni allo schieramento al governo è quasi inutile parlarne. L’ex Capo dello Stato non ha più alcun pudore. E non perde occasione per ribadire la sua natura di uomo fazioso e di parte. Se l’attuale opposizione fosse pervasa dello stesso spirito settario dell’ex inquilino del Qurinale e dei suoi amici e sodali della sinistra post-stalinista, farebbe il diavolo a quattro per incolparlo di attentato alla Costituzione. Così come i comunisti di Enrico Berlinguer volevano fare con Francesco Cossiga. Ma il centro destra non ha radici staliniste. Per cui si accontenta di molto meno. Di considerare Scalfaro il simbolo del golpe mediatico-giudiziario del ‘94 e della rivoluzione dei magistrati politicizzati e dei loro sostenitori annidati tra i poteri forti delle grandi famiglie industriali e finanziarie. E di consegnarlo alla storia come il peggiore Presidente della storia dell’Italia repubblicana. Analogo è il discorso per l’ex Presidente del Consiglio a cui la perdita di Palazzo Chigi non ha ridotto la proverbiale arroganza. Anche lui è un simbolo ed un testimone. Rappresenta la conferma che i comunisti possono perdere anche tutti i peli ma conservano intatti tutti i loro vizi. E testimonia, con l’ennesima esibizione di un Dna da portatore della verità ed unico titolare della legittimità democratica ed istituzionale, che neppure gli ultimi camuffamenti di stampo clintoniano riescono a nascondere la naturale vocazione autoritaria. Così come Scalfaro, in sostanza, anche D’Alema è destinato a passare malamente alla storia. Un po’ per i suoi difetti caratteriali e politici. Molto perché il suo governo, detto anche “regimetto”, ha sfatato una volta per tutte la leggenda secondo cui i post-comunisti erano gli unici in grado di operare miracoli una volta collocati alla guida del paese. Se il settennato scalfariano è stato il peggiore della storia repubblicana, il governo dalemiano è stato il peggiore degli ultimi vent’anni. E più i due fantasmi si forzano di riapparire, più questa verità si ribadisce e si rafforza nelle teste degli italiani. Scalfaro e D’Alema, quindi, farebbero bene a pensare a loro stessi. Il primo a godersi la pensione ed a ringraziare la Madonna per non avere nemici carichi di livore e spirito vendicativo. Il secondo a godersi la barca da un miliardo e mezzo con cui concorre nelle gare di vela riservate ai ricchi ed agli arricchiti. Se il centro sinistra continua a farsi rappresentare da personaggi del genere, è destinato a perdere. Da qui all’eternità.
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