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Interessi
in conflitto 25 luglio 2000 Una sorte bizzarra caratterizza la questione del conflitto d’interesse. Fino a quando Silvio Berlusconi veniva considerato destinato a sicura sconfitta, il centro sinistra aveva totalmente rimosso il problema. La legge che lo risolveva, avviata su iniziativa dello stesso Berlusconi ed approvata alla Camera, era stata completamente dimenticata. Come se gli interessi in conflitto non ci fossero più. E comunque non riguardassero il leader dell’opposizione condannato a bissare la sconfitta subita alle elezioni politiche del ‘96. La situazione cambia all’indomani delle elezioni europee. La vittoria del Cavaliere risveglia l’attenzione della componente giustizialista del centro sinistra, quella che non ha mai rinunciato alla speranza di poter liquidare l’avversario attraverso un uso accorto e spregiudicato delle norme di legge. I più forsennati del “partito di Repubblica”, di Di Pietro e di qualche Procura eccellente incominciano ad invocare una norma che in nome del conflitto d’interessi impedisca a Berlusconi di candidarsi come leader del centro destra. E queste invocazioni, dopo la vittoria delle regionali da parte del Polo e dei suoi nuovi alleati della Lega, si trasformano in una sorta di urlo disperato espresso a nome dell’intero schieramento di maggioranza, dal segretario dei Ds Walter Veltroni. Di fronte a questo fenomeno che ricorda da vicino le sindromi ossessive di chi ha problemi di salute mentale ci sono due modi diversi di reagire. Il primo consiste nel ricordare che il Cavaliere non è il solo a dover affrontare il problema del conflitto d’interessi. Nelle sue condizioni non ci sono solo i soliti noti alla Agnelli o alla Cecchi Gori. Ci sono tutti quegli esponenti politici che in questi ultimi anni hanno esercitato il potere di governo favorendo la nascita di potentati economici che nei fatti risultano al loro servizio. Dall’Enel alla Telecom le false privatizzazioni del centro sinistra hanno creato dei centri di potere e di interessi che operano direttamente ed indirettamente a vantaggio delle forze della maggioranza. Come dimostra l’ultima e scandalosa vicenda della vendita di Telemontecarlo al monopolista telefonico Colaninno. Se dunque Berlusconi deve risolvere il suo conflitto, anche i suoi antagonisti debbono fare piazza pulita dei loro. Se gli interessi sono gli stessi o molto simili non si capisce la ragione dei due pesi e delle sue misure. Il Cavaliere affidi ad altri la gestione delle proprie aziende. I vari Tatò, Testa, Zaccaria e compagnia bella vengano mandati a casa e sostituiti da altri capaci di garantire all’opinione pubblica del paese di non essere al servizio dell’attuale maggioranza. Il secondo modo di reagire, invece, consiste nel rilevare che più la sinistra tenta di adoperare il conflitto d’interessi per azzoppare il leader dell’opposizione, più l’operazione entra in conflitto con il proprio interesse elettorale.
L’esperienza ha dimostrato che il successo di Berlusconi è direttamente
proporzionale alle campagne di delegittimazione e di criminalizzazione che vengono sistematicamente condotte a suo danno. Se dunque Veltroni punta ancora una volta a perseguitare il Cavaliere deve mettere in conto non solo che la legge ad personam contro Berulusconi non passerà mai, ma anche che il risultato dell’ultima disperata offensiva sarà un voto plebiscitario per il centro destra.
Certo, può sembrare buffo che l’opposizione avvisi la maggioranza che di questo passo corre verso la propria rovina. Se la sinistra si vuole suicidare faccia pure! Ma che gusto c’è a battere chi cerca solo di essere sconfitto?
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