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predicatori sterili 21 settembre 2000 Sergio Romano si è chiesto dove siano finiti gli eredi di Cavour. E, in occasione dell'anniversario del XX settembre Piero Ostellino ha dolorosamente rilanciato la polemica domanda contestando l'intera classe politica italiana per il silenzio continuamente tenuto di fronte alle ingerenze della Chiesa negli affari del paese. Ebbene, dove sono finiti gli eredi di Cavour? Secondo i due autorevoli commentatori del "Corriere della Sera" la risposta è scontata. Nel nostro paese il ramo politico della famiglia liberale fondata da Cavour si è estinto da tempo. E per questo motivo non esiste più alcun argine allo strapotere dei cattolici galvanizzati dal papato di una dei più grandi Pontefici della storia. Romano e Ostellino hanno perfettamente ragione se si riferiscono al vecchio involucro politico che rappresentava l'eredità di Camillo Benso. Il Pli, inteso come partito presente in Parlamento, è scomparso da tempo. E gli organismi ed i gruppi che hanno tentato di colmarne il vuoto conservandone il nome e la bandiera non sono riusciti a conquistare una presenza qualificante e significativa nel panorama politico nazionale. Tutto bene, allora, se la polemica sulla scomparsa degli eredi di Cavour vuole essere un modo per sollevare la questione complessiva dell'assenza di una forza politica dichiaratamente ed esclusivamente liberale. Diverso, invece, è se Romano ed Ostellino vogliono sollevare una questione di di più ampia e diversa natura. Quella della scomparsa dei laici in generale di fronte all'avanzata dei cattolici. In questo caso non si può essere affatto d'accordo con la loro domanda retorica. I nipoti di Cavour non si vendono per la semplice ragione che la stragrande maggioranza dei cittadini di questo paese non si può non riconoscere come tale. Così come non possono non considerarsi (anche se quasi sempre lo ignorano) discendenti diretti o indiretti di Pio IX e Mazzini, di Garibaldi e Giolitti, di Nitti e D'Annunzio, di Gramsci e Mussolini. La distinzione tra Stato e Chiesa può anche diventare un argomento di dibattito tra una ristretta cerchia di politici, prelati ed intellettuali.Ma è ormai un dato assolutamente acquisito nella vita comune e nella coscienza popolare di una società in cui, non bisognerebbe mai dimenticarlo, i cattolici osservanti sono una minoranza rispetto ad una maggioranza che magari ama il Papa ma poi divorzia, abortisce e crede che sia addirittura sacrosanto utilizzare un embrione congelato e destinato al secchio della spazzatura per tentare di guarire le malattie altrimenti inguaribili. In questa luce la nostalgia per l'assenza degli eredi di Cavour equivale all'entusiasmo polemico dei cattolici più oltranzisti per la beatificazione di papa Mastai. E' un modo per tornare indietro di cento anni riaprendo ferite che il tempo e la storia hanno ormai cicatrizzato. Quale delle due questioni, allora, Romano ed Ostellino intendono realmente sollevare? Se puntano a riallargare il Tevere la loro è fatica vecchia e sprecata. Gli italiani hanno già dato. Se invece vogliono sottolineare la necessità di una maggiore presenza politica di un'area laica e liberale, il discorso cambia radicalmente. Ed investe in primo luogo la tendenza della categoria degli intellettuali liberali a cui appartengono Romano ed Ostellino a chiudersi nella comoda "Società degli Apoti" rappresentata dal Corriere della Sera denunciando tutti i mali della società italiana ma guardandosi bene dal partecipare in qualche modo alla loro eliminazione.In teoria, i primi eredi di Cavour dovrebbero essere loro. E deve essere per questo che quell'eredità appare dissolta e non si riesce a recuperarla trasformandola in presenza politica. Le prediche sterili non producono mai nulla.
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