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  L’Onu e la questione radicale
26 ottobre 2000

Non ci voleva molto a profetizzare che la vicenda della scelta da parte di Kofi Annan dell’Alto Commissario per i profughi si sarebbe conclusa con l’ennesima figuraccia per il governo italiano. Solo degli ingenui o dei dilettanti allo sbaraglio potevano pensare che presentare due diverse candidature, una espressa dal ministro degli Esteri ed una dal presidente del Consiglio, potesse rinforzare la richiesta italiana di ottenere per un proprio rappresentante l’importante incarico delle Nazioni Unite. Se avesse scelto il candidato di Lamberto Dini, e cioè il diessino Gianfranco Migone, il segretario generale Annan avrebbe compiuto un atto di ostilità nei confronti del presidente del Consiglio Giuliano Amato. Se invece avesse preferito il candidato di Palazzo Chigi, e cioè Emma Bonino, avrebbe creato problemi al ministro degli Esteri ed ai rappresentanti diplomatici italiani presenti all’Onu. In un caso o nell’altro, quindi, Kofi Annan si sarebbe infilato nel ginepraio delle vicende politiche interne del nostro paese. Ed, in particolare, nei rapporti ai suoi occhi sicuramente oscuri ed indecifrabili, tra i due principali rappresentanti del governo italiano assolutamente incapaci di mettersi d’accordo nel presentare una candidatura unica dell’Italia. 

Così, per non far torto a nessuno, il segretario generale ha giustamente pensato di eliminare i candidati italiani e scegliere l’olandese Lubbers. La vicenda rappresenta una ennesima e cocente sconfitta del nostro paese sul terreno internazionale. Le responsabilità del governo nel suo complesso e della Farnesina in particolare sono più che evidenti. E dovrebbero spingere Amato ad assumersi la colpa politica del nuovo fallimento e Lamberto Dini a compiere un atto di dignità rassegnando immediatamente le dimissioni dalla Farnesina per evitare nuove e più cocenti sconfitte diplomatiche al paese. Ma la vicenda va analizzata non solo sul versante della politica estera ma anche della politica interna. La bocciatura della candidatura di Emma Bonino per l’evidente incapacità del governo di centro sinistra di sostenerla adeguatamente ripropone in maniera fin troppo urgente il problema della collocazione dei radicali alle prossime elezioni politiche. 

Fino ad ora Marco Pannella ed Emma Bonino hanno scelto la linea terzaforzista dell’equidistanza polemica ed antagonista rispetto ai due poli. Ma fino a che punto intendono mantenere una posizione che sembra destinata a portare i radicali a rinunciare ad una qualsiasi presenza parlamentare nella prossima legislatura? Anche per Pannella e la Bonino, in altri termini, è in arrivo il momento della scelta. Non quella tra il centro destra o il centro sinistra ma quella tra il continuare ad avere uno spazio parlamentare o puntare solo ed esclusivamente alle battaglie extraparlamentari. Magari condotte attraverso internet ma sempre esterne alle istituzioni repubblicane. Per i radicali, quindi, il dilemma è se esserci o non esserci. E per scioglierlo non hanno bisogno di fare riferimento ad Amleto ma, più semplicemente, alle vicende del passato ed alle affinità elettive. 

Sul primo punto non possono non ricordare che il governo di centro destra di Silvio Berlusconi designò e fece nominare Emma Bonino commissario europeo mentre quello di centro sinistra di Giuliano Amato ha fatto fallire la candidatura della stessa Bonino ad Alto Commissario Onu per i profughi. Sul secondo non possono non tenere conto che è meglio essere l’estrema sinistra liberale di una maggioranza moderata che governa il paese piuttosto che essere la destra libertaria di una sinistra non solo autoritaria ma anche sconfitta dalla storia e dal voto degli italiani. Per i radicali, quindi, c’è una sola strada dopo la vicenda Bonino. Quella della desistenza con la Casa delle Libertà. Fuori di questa non c’è altro che un futuro di semplice testimonianza. Finché dura!