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  Il futuro del presidente del Consiglio
27 ottobre 2000

Giuliano Amato si è prenotato a partecipare alla formazione di quella casa comune dei riformisti che il segretario dei Ds Walter Veltroni vorrebbe costruire mettendo insieme i diessini, i cossuttiani ed i socialisti boselliani. Dal suo punto di vista l’attuale presidente del Consiglio ha fatto benissimo. Non perché l’operazione abbia alcuna possibilità di dare vita a quel grande schieramento di socialisti liberali di cui parlano con insistenza sia Veltroni che Boselli. Non basta andare a commemorare i fratelli Rosselli per trasformarsi in socialisti liberali. Soprattutto quando si è eredi del Pci ed i compagni di strada sono personaggi come Cossutta e Diliberto che continuano orgogliosamente a rivendicare la loro qualifica di comunisti. In realtà la casa dei riformisti è solo una trovata elettorale diretta a conseguire due obbiettivi. Per un verso a consolare i Ds della inevitabile sconfitta con lo contentino di un modesto aumento della propria consistenza numerica. Per l’altro consentire a qualche socialista boselliano ed agli ultimi cossuttiani di candidarsi in qualche collegio con la qualifica dignitosa di componente a pieno titolo di una nuova aggregazione della sinistra piuttosto con l’etichetta di ascaro dei Ds.

Malgrado la dimensione modesta e contingente della faccenda, però, Amato fa comunque bene ad annunciare la propria disponibilità alla costruzione della casetta post-post-comunista. Pensa al proprio futuro. E nella piena consapevolezza che la propria permanenza a Palazzo Chigi non andrà oltre la prossima primavera, si preoccupa di trovarsi una occupazione ed un ruolo che gli impediscano di finire nei panni scomodi e stretti di semplice pensionato di lusso. Il presidente del Consiglio non può prevedere se sarà o meno il leader della casa dei riformisti. Chissà i cambiamenti che dovrà sopportare la sinistra in caso di sconfitta elettorale! Ma ad ogni buon conto si iscrive al concorso per il ruolo di capo della sinistra nella nuova legislatura. E si affida al destino. Sulla sua iniziativa grava però un pericolo di non poco conto. 

A decidere il futuro di Amato non sarà tanto la sua iscrizione alla futura gara per la leadership dell’opposizione quanto il bilancio della fase finale del proprio governo. Un eventuale risultato positivo lo metterebbe al riparo di qualsiasi altro concorrente. Da Veltroni e Massimo D’Alema. Un risultato negativo, invece, lo taglierebbe fuori da qualsiasi corsa. Qualunque sia stata la data d’iscrizione. Ma esiste una sola possibilità che il bilancio del governo Amato si possa chiudere in attivo anche agli occhi dei suoi amici e sostenitori? Il presidente del Consiglio sa bene che questa domanda è del tutto retorica ed astratta. Le vicende degli ultimi mesi, dalle pessime figure sul terreno internazionale fino al disastro sulla gare dei telefonini, dimostrano che il tempo gioca solo a sfavore del governo. Più va avanti più è destinato ad incappare in nuovi e più gravi infortuni. Per la semplice ragione che l’esecutivo non ha più la propria maggioranza, ormai impegnata a tempo pieno solo nella campagna elettorale. Se vuole pensare al proprio futuro, quindi, Amato non ha che una strada. Salire al Quirinale e mettersi d’accordo con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel mettere fine all’agonia del centro sinistra subito dopo l’approvazione della legge finanziaria. Alle volte basta poco per salvarsi!