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I lupi mannari della maggioranza 28 novembre 2000 Il presidente del Senato Nicola Mancino ed il presidente del Consiglio Giuliano Amato si sono dichiarati d’accordo sulla necessità di non trasformare la campagna elettorale ed il confronto politico in uno scambio continuo di insulti e contumelie. Ed hanno lanciato un appello ad abbassare i toni della polemica per non avvelenare inutilmente e pericolosamente il clima del paese nei prossimi mesi. La doppia sollecitazione sfonda una porta aperta nella Casa delle Libertà. Proprio mentre Mancino inviava una lettera sprezzante a Francesco Storace ed Amato indicava la Lega al pubblico ludibrio europeo, il leader del centro destra Silvio Berlusconi scriveva al “Corriere della Sera” per denunciare i rischi dell’imbarbarimento del dibattito politico e per lanciare la richiesta di atteggiamenti più misurati e più responsabili da parte dei rappresentanti di tutte le forze in campo. La sortita del presidente del Senato e del presidente del Consiglio, dunque, è rivolta essenzialmente al centrosinistra. E’ lo schieramento di maggioranza che tende ad accentuare i toni dello scontro in misura direttamente proporzionale all’approssimarsi dell’inizio ufficiale della campagna elettorale. Ed è sempre il centro sinistra che appare orientato ad impostare il proprio tentativo di recuperare il terreno nei confronti del centro destra proprio con il tentativo di delegittimare e criminalizzare l’avversario all’insegna dell’antifascismo, dell’antirazzismo e del giustizialismo antiberlusconiano. Non si tratta di una grande novità. Anche in passato la sinistra ed i suoi alleati hanno giocato la carta dello scontro frontale con i propri avversari decretando nei loro confronti l’ostracismo morale e politico. Nel 96 il meccanismo ha funzionato alla perfezione. Ha convinto una parte considerevole degli italiani che il centrodestra non era in grado di governare. Sia perché privo dei titoli politici e morali necessari, sia perché non sufficientemente esperto e solido da poter tenere a bada una opposizione capace di mobilitare le masse come aveva fatto all’epoca del governo Berlusconi e nel corso dell’intera storia della repubblica italiana. E se ha funzionato allora, ragionano i vari Rutelli e Veltroni, perché non dovrebbe funzionare ora? Tanto più che, fallito il tentativo di recuperare l’elettorato moderato centrista con la candidatura a premier sfiorita prima del tempo del sindaco di Roma, alla sinistra non rimane altro che puntare a risvegliare gli ardori sopiti dei propri militanti. Non solo per tentare di ribaltare un risultato dall’esito ormai segnato. Ma soprattutto per cercare di salvare il salvabile in vista di una completa rifondazione e ristrutturazione dell’intera area progressista. Basterà, allora, l’appello di Mancino ed Amato a far rientrare il richiamo della foresta lanciato dai lupi mannari di un centrosinistra in disfacimento?
La speranza si chiama Carlo Azeglio Ciampi. Se vuole il presidente della Repubblica può costringere anche i più bellicosi e forsennati a depositare le armi proibite della delegittimazione, della criminalizzazione e dell’ostracismo politico. Basterebbe minacciare di chiudere la legislatura subito dopo la finanziaria. Ed il gioco sarebbe fatto. Con gran vantaggio per tutti. Anche per quegli irresponsabili che vogliono avvelenare ad ogni costo la campagna elettorale e non si rendono conto che le elezioni di primavera non segneranno la fine della storia. Solo l’inizio della prossima legislatura e del terzo millennio politico del nostro paese.
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