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  Gli Usa, Bobbio ed i cattivi maestri
15 dicembre 2000

Verrebbe voglia di lanciare una sottoscrizione per finanziare un viaggio negli Stati Uniti di Norberto Bobbio. E, con lui, di tutti quei “cattivi maestri” che predicano il verbo della delegittimazione morale e civile dell’avversario. Chissà, forse a contatto fisico con la realtà americana e con la possibilità di verificare visivamente i comportamenti di Gore, Bush e Clinton, anche le vestali della guerra civile infinita riuscirebbero a comprendere quali siano le fondamenta della democrazia. Ma siccome nessuno provvisto di buon senso spenderebbe una lira per far sollazzare Bobbio e compagni negli Stati Uniti, si può tranquillamente rinunciare all’idea della sottoscrizione. Accontentiamoci di sperare che il filosofo della democrazia ed i suoi seguaci si degnino di gettare uno sguardo fugace sui discorsi con cui i due candidati alla presidenza Usa ed il Presidente uscente hanno salutato la fine della partita elettorale americana. Al Gore non ha reagito con sdegno, condanna ed esecrazione alla vittoria del rivale. Non ha minacciato di andare in esilio in segno di protesta e di rivolta contro il nuovo presidente. E non ha neppure messo in discussione la legittimità politica e morale del Partito Repubblicano e dei suoi responsabili. 

I suoi seguaci hanno pianto a calde lacrime per la vittoria sfumata in circostanze tanto discusse e particolari. Ma non hanno occupato strade e piazze per dare una prima dimostrazione di forza in vista di una strategia di continue manifestazioni muscolari da realizzare nei prossimi quattro anni di presidenza repubblicana. E, soprattutto, non si sono appellati alla Costituzione per ribadire che la guerra civile del 1860 non si è mai chiusa e la sua prosecuzione infinita sancisce il diritto imperituro dei vincitori a governare ed il dovere dei vinti ad essere criminalizzati. Al tempo stesso il vincitore George Bush non ha infierito sul rivale sconfitto e sul suo partito. Ha assicurato che il suo principale impegno sarà quello di ricucire le fratture politiche verificatesi nel corso della campagna elettorale. Ed ha promesso che farà di tutto per essere il Presidente di tutti gli americani. A Gore ed a Bush, infine, si è aggiunto Clinton che non ha protestato contro le norme che gli hanno imposto di abbandonare la Casa Bianca dopo il secondo mandato. 

E non ha neppure tentato di approfittare dello stallo in cui era finito il braccio di ferro tra i candidati per perpetuare per il maggior tempo possibile la propria permanenza alla guida degli Stati Uniti. Si è richiamato ai valori comuni della democrazia americana. Ed ha giustamente sottolineato che ancora una volta l’America è riuscita a fornire una grande lezione di civiltà e democrazia al resto del mondo. Ma i Bobbio e tutti gli altri “cattivi maestri” accetteranno mai di accogliere la lezione americana? Riusciranno finalmente a fare propria la consapevolezza che il sistema democratico riesce a funzionare solo se si fonda sul rispetto e la reciproca legittimazione delle forze politiche in competizione tra di loro? La risposta è sicuramente negativa. Non perché i cattivi maestri non comprendano il significato della lezione americana. Ma perché si rifiutano di riconoscerla. Se la facessero dovrebbero automaticamente accettare la fine della guerra civile eterna e la fine del loro presunto diritto a governare sempre e comunque il paese. Anche a dispetto del volere della maggioranza.