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  Appello al presidente Ciampi
23 dicembre 2000

Per fortuna la bomba indirizzata alla redazione del “ Manifesto” è scoppiata tra le gambe dell’attentatore. E per fortuna la reazione al fallito, ma egualmente drammatico ed esecrando attentato, è stata contrassegnata da grande senso di responsabilità da parte della stragrande maggioranza delle forze politiche. Se l’attentatore fosse riuscito nel suo intento avremmo avuto un Natale di sangue. E, dopo il fallito attentato del Duomo di Milano, sarebbe riscattata la legittima preoccupazione per l’esistenza di una oscura ed indecifrata centrale del terrore decisa a far ripiombare il paese nel clima disperato e lacerante degli anni ‘70. Al tempo stesso, se la reazione allo scoppio circoscritto fosse stato l’antico riflesso pavloviano di “sdegno, condanna ed esecrazione” della sinistra per il tentativo delle “forze oscure della reazione in agguato” di rilanciare la strategia della tensione contro il governo di centro sinistra, le conseguenze sarebbero state egualmente altrettanto angoscianti e pericolose. 

La strumentalizzazione politica dell’avvenimento, con il tentativo di scaricare sul centro destra la responsabilità morale del fallito attentato, avrebbe fatalmente spinto qualche irriducibile reduce del terrorismo dell’ultra sinistra a rispondere con il linguaggio della P38 rossa a quello delle “bombe” nere . Ed in questo modo si sarebbe facilmente innescata una spirale di violenza causata dagli opposti ed irresponsabili estremisti che avrebbe avvelenato l’intera campagna elettorale. Al momento tali rischi sembrano essere stati scongiurati. E va dato atto a Valentino Parlato ed ai redattori del “Manifesto” di essere stati i primi a fornire una dimostrazione di prudenza e di responsabilità. E di avere fornito un modello di comportamento a certi rappresentanti di forze politiche e dello stesso governo che, senza l’esempio delle scampate vittime, non avrebbero resistito alla tentazione della facile ma pericolosissima strumentalizzazione dell’avvenimento. 

Ma la vicenda non può essere chiusa con la semplice soddisfazione per gli scampati pericoli. La bomba inesplosa a Milano e quella che ha ferito l’attentatore a Roma rappresentano un segnale preoccupante della minaccia che incombe sulla campagna elettorale più lunga della storia repubblicana. Questa minaccia non è quella della ripresa di una strategia della tensione di cui non esistono né i presupposti politici, né le condizioni storiche e sociali. E’ quella della strategia della disperazione. C’è il rischio, in sostanza, che il deteriorarsi del clima politico a causa di una campagna elettorale eccessivamente lunga e combattuta possa scatenare la follia disperata o di singoli individui disturbati o di qualche groppuscolo isolato e marginalizzato. Non si tratta di una minaccia di poco conto. Le disperazioni e le follie dei singoli squilibrati o delle piccole sette estremistiche possono essere le scintille di ben altri fuochi. Soprattutto in un contesto politico in cui lo schieramento al governo è perennemente tentato di ricorrere all’arma della criminalizzazione e della delegittimazione dell’avversario per conservare il potere ed i privilegi acquisiti. 

Di qui la necessità oggettiva di disinnescare per tempo questa minaccia e questo rischio per impedire il deterioramento progressivo della campagna elettorale e la sua trasformazione nell’ennesima riedizione della guerra civile strisciante dell’eterno dopoguerra italiano. C’è un solo modo per salvare il paese da una prospettiva del genere. Quella di accorciare la campagna elettorale e di andare a votare nel minor tempo possibile. E c’è una sola persona che ha la responsabilità e la possibilità di preservare l’Italia da una simile tragedia. Si tratta del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al quale va rivolto un appello preciso. Sciolga le Camere dopo la finanziaria e salvi gli italiani dai pazzi e dai disperati.