torna alla
home page

ARCHIVIO

2001
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Ma la sinistra può perdere
28 dicembre 2000

Alberto Asor Rosa è un comunista irriducibile. E, forse proprio per la sua caratteristica di intellettuale organico di formazione marxista e gramsciana niente affatto pentito, riesce spesso ad interpretare e dare voce agli impulsi più reconditi e sentiti della propria parte politica. L’ultima di queste occasioni è recentissima. Nei giorni scorsi ha scritto per “La Repubblica” un lungo articolo dedicato alle prossime elezioni politiche. Ed ha incentrato l’intera dissertazione sulla questione della vittoria elettorale della sinistra. Non nel senso che ha legittimamente auspicato il successo della propria parte politica in nome dei valori di riferimento dell’attuale schieramento di maggioranza. Di auspici e speranze Asor Rosa non ha parlato affatto. E neppure di imperativi categorici del tipo “la sinistra deve vincere”. Molto più drasticamente l’intellettuale organico ed irriducibile ha sostenuto senza mezzi termini che la sinistra non può perdere. Se lo facesse, ha lasciato intendere, sarebbe la catastrofe del paese sotto forma di fine della Repubblica nata dalla Resistenza.

Asor Rosa non è il solo uomo di cultura che la pensa in questo modo. Anche Norberto Bobbio ha sostenuto la tesi del dovere morale di combattere il centro destra in nome dell’esigenza suprema della condanna alla vittoria della sinistra. Ovviamente in nome dei valori fondanti della Repubblica. E dello stesso avviso si sono mostrati di volta in volta i vari Umberto Eco, Alessandro Galante Garrone e tutti quei personaggi che negli ultimi cinquant’anni hanno marciato a fianco, sopra e sotto il partito che una volta voleva essere l’avanguardia della classe operaia e che ora è diventato il terminale governativo degli interessi di alcune famiglie capitalistiche italiane e di alcune aziende della nuova e delle vecchia economia benedette e miracolate nell’era dell’Ulivo. Fino a ieri era sembrato che la tesi della “sinistra che non può perdere” fosse sostenuta solo da questo ristretto gruppo di maestri della cultura italiana del secondo novecento. Adesso, invece, incomincia a diventare evidente che Asor Rosa è riuscito ancora una volta ad interpretare il sentimento più profondo e più diffuso all’interno dell’intera sinistra. 

La coalizione di governo non può neppure prendere in considerazione l’ipotesi di perdere. E’ condannata a vincere. Non per i propri meriti. Ma perché portatrice di valori che in ogni caso non possono essere soccombenti rispetto a quelli della parte avversa pena la “morte” della Repubblica costruita sulla base della Costituzione antifascista e retta dall’arco dei partiti del Cln. La conferma che la tesi di Asor Rosa è la punta dell’iceberg nascosto dell’intera sinistra italiana viene dalle reazioni e dalle speculazioni seguite al fallito attentato al “Manifesto”. Di colpo è riscattata la pregiudiziale antifascista. Non nei confronti dello squilibrato attentatore o dei gruppetti di sbandati dell’ultra destra extraparlamentare. Ma verso l’intero schieramento parlamentare del centro destra giudicato comunque estraneo all’eredità ciellenistica ed ai valori fondanti della repubblica. Di fronte a questo atteggiamento, fondato sulla pretesa irrazionale di essere comunque dalla parte della ragione e teso all’obbiettivo fin troppo razionale di delegittimare il centro destra per precludergli la possibilità di assumere la guida del paese, non serve sottolineare che dopo oltre mezzo secolo dalla nascita della Repubblica non c’è un solo partito che possa legittimamente porsi come erede delle forze del Cln. Sono cambiati gli uomini, le sigle, le strutture, le organizzazioni. 

Ma da questo orecchio la sinistra non ci sente. A conferma che non ha affatto torto Silvio Berlusconi quando parla di perfetta continuità tra Pci, Pds, Ds e ricorda che gli stalinisti di allora sono i diessini di oggi. Ciò che invece va avviata al più presto è una battaglia culturale per sostenere che i valori fondanti della Repubblica sono quelli dell’antifascismo democratico. Prevedono l’applicazione del metodo democratico che esclude investiture per diritto divino o per eredità di caste aristocratiche. E si fonda sulla sovranità popolare espressa dal voto. Questi valori non sono monopolio di una parte ristretta degli italiani ma sono comuni a tutti i cittadini. E la sinistra non può negarlo per il proprio interesse a rimanere sempre e comunque abbarbicata al potere. A meno di non voler calpestare i valori della Repubblica e mettersi contro la Costituzione antifascista. Che significa, infatti, che la sinistra non può perdere? Forse che in caso di vittoria del centro destra i partiti della coalizione di governo passeranno alla clandestinità ed alla lotta armata? Questa è le democrazia, bellezza! E chi non l’accetta è solo un veterocomunista.