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  Governo assente tra salute e psicosi 
1 febbraio 2001

Ci sono modi diversi di impostare e risolvere la questione della mucca pazza. C’è quello di distinguere tra il bene primario della salute degli italiani ed il bene secondario degli interessi di categoria. E di sbrogliare automaticamente la matassa subordinando gli interessi di una fascia ristretta della popolazione alla necessità di tutelare l’intera massa dei cittadini. In questo caso un governo responsabile comunica il più chiaramente e diffusamente possibile la ragione di fondo della propria scelta. E si preoccupa, dopo aver tutelato il bene primario della salute dei cittadini, di sostenere con tutti i mezzi possibili le categorie sacrificate. Queste ultime diventano le vittime del fenomeno della mucca pazza, considerato alla stregua di un rovinoso terremoto o di una alluvione particolarmente devastante. E vanno logicamente trattate come se fossero degli sfollati o dei senza tetto del Belice, dell’Irpinia, del Friuli, dell’Umbria o della Valle d’Aosta.

C’è però anche un altro modo di affrontare la questione della mucca pazza. Esso si fonda sulla distinzione netta tra realtà e psicosi. E si pone come obiettivo non solo quello di garantire la salute fisica dei cittadini ma anche la loro salute mentale. In questo secondo caso il solito governo responsabile, una volta accertate le reali dimensioni del morbo e le sue effettive conseguenze sulla popolazione, si impegna allo spasimo sia in misure dirette a stroncare la malattia e le sue cause, sia in una gigantesca campagna di comunicazione capace di impedire il diffondersi di una psicosi collettiva che può provocare risultati addirittura più devastanti di quelli causati dalla carne contagiata.

Quale dei due modi è stato scelto e seguito dal governo guidato da Giuliano Amato? Non il primo. Né il presidente del Consiglio né i suoi ministri hanno dato mai sposato apertamente la linea della doppia intransigenza in nome della salute collettiva: quella della distruzione di tutti i capi a rischio, della chiusura delle fabbriche di mangimi sospetti, del rimborso integrale di tutte le perdite degli addetti e degli aiuti per la ristrutturazione ed il nuovo avviamento degli impianti e degli allevamenti. Al tempo stesso, però, il governo non ha scelto neppure il secondo modo. Nessuno si è preoccupato minimamente di porre un qualche argine al diffondersi della psicosi collettiva che ha portato al crollo verticale degli indici di consumo della carne bovina. E nessuno si è posto il problema di gestire e guidare un fenomeno irrazionale che costituisce un precedente inquietante e pericoloso.

Tra i due opposti il governo avrebbe potuto barcamenarsi nel giusto e faticoso mezzo. Ed, in effetti, nelle prime battute della vicenda il ministro della Sanità Umberto Veronesi ha tentato di seguire un percorso pragmatico dettato dal buon senso. Ma neppure questa è stata la strategia dell’esecutivo di Giuliano Amato. Non appena la questione è diventata strumento di campagna elettorale il responsabile della Sanità si è ritirato in buon ordine. Al suo posto ha incominciato ad impazzare il ministro dell’Agricoltura Alfonso Pecoraro Scanio ben felice di aver trovato la tigre da cavalcare, da solo ed in compagnia del proprio partito dei Verdi, durante i mesi della campagna elettorale. E Amato? Il presidente del Consiglio non c’era. E se c’era dormiva. Per non bruciarsi alla vigilia delle elezioni ed alla faccia della salute fisica e mentale degli italiani.