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  I maestri e la Margherita 
2 febbraio 2001

Parte male la Margherita di Francesco Rutelli, Puierluigi Castagnetti, Arturo Parisi, Clemente Mastella e Lamberto Dini. Non solo perché a questa sfilza di maestri mancano i nomi di Giulio Andreotti e di Ortensio Zecchino. E le assenze, che sono solo le ultime di una lunga serie, fissano in maniera inequivocabile i confini estremamente angusti dell’operazione. Non solo perché alla definizione del nome e del simbolo della lista deve seguire quella divisione dei collegi e delle candidature che si preannuncia come la più drammatica lotta per la sopravvivenza personale e politica mai viste negli ultimi anni. 

Non solo perché il tutto avviene senza la minima definizione di un qualsiasi progetto politico e programmatico ed appare come una modesta trovata per raggiungere uniti quella quota del quattro per cento che da separati i “cespugli” centristi dell’Ulivo non avrebbero mai raggiunto. Ma soprattutto perché il tratto caratteristico della Margherita sembra essere la sua assoluta mancanza di una qualsiasi identità. Qual è, infatti, la natura della lista tenuta a battesimo dai segretari del Ppi, dai democratici, dell’Udeur, di Rinnovamento e dal candidato premier del centro sinistra? 

Non si tratta di una confederazione di forze uguali e legate da ideali, valori e progetti comuni. Se lo fosse, come pure qualcuno va predicando, lo scontro sui collegi non assumerebbe aspetti drammatici ed il nuovo organismo, sia pure nel rispetto assoluto delle autonomie dei singoli partiti, assumerebbe una qualsiasi fisionomia unitaria. Magari con la creazione di un vertice collegiale e la definizione di una linea comune da portare avanti nel corso della campagna elettorale. 

Al tempo stesso, però, a dispetto delle affermazioni di Parisi, non si tratta neppure di un primo passo verso la formazione di un un superpartito innovativo destinato a contendere a Forza Italia ed alle altre forze moderate del centro destra lo spazio centrale della politica italiana. Popolari e mastelliani non perdono occasione per ribadire che la Margherita non è un nuovo partito. E, soprattutto, non è il partito di Rutelli. Quasi a voler sottolineare la natura occasionale e contingente di una operazione che può andare avanti solo se assicura la massima libertà ed autonomia alle singole forze politiche che la portano avanti. Ma che razza di fiore politico è quello che si definisce solo al negativo e si presenta preoccupandosi di chiarire ciò che non è?

La risposta è scontata. La Margherita non è un fiore politico ma una semplice astrazione. Non è una confederazione e neppure un nuovo partito. E’ una trovata, per di più virtuale, che dovrebbe servire a traghettare i “cespugli” centristi oltre la data angosciante delle elezioni di primavera. Raggiunta la quota del quattro per cento ognuno se ne tornerà sulla propria strada. Sempre, però, che il limite per la sopravvivenza venga conseguito. Ma anche in questo caso dove potranno andare forze come il Ppi dopo aver rinunciato di scendere in campo con la propria bandiera ed aver tentato di cercare la salvezza travestendosi da Margherita? Giusto a cercar la bella morte…