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  La legislatura al capolinea 
22 febbraio 2001

La parola d’ordine è “minimizzare”. Il governo è caduto rovinosamente sul decreto sui mutui usurari. Ma tutti hanno fatto finto di nulla. Come se la faccenda fosse priva di qualsiasi significato politico e vuota di ogni conseguenza pratica. Invece è vero l’esatto contrario. Da un punto di vista pratico il capitombolo comporta l’annullamento del provvedimento. Ora il testo del decreto, modificato a Montecitorio a causa di un emendamento di Rifondazione Comunista, ricomincia la navetta tra Camera e Senato con la sola ed ingloriosa prospettiva di decadere e non essere convertito in legge. La sua scadenza è fissata per il 28 febbraio, cioè per la prossima settimana. Ed in quest’arco di tempo neppure un miracolo riuscirebbe a salvare la misura a suo tempo varata dal governo per trovare una soluzione alla questione dei tassi usurari. Dalla fine del mese, quindi, il problema dei mutui dagli interessi esorbitanti sarà di nuovo in piedi. Con l’aggravante che i faticosi compromessi trovati nel frattempo tra banche e cittadini torneranno al punto di partenza con un nuovo e più ampio contenzioso destinato ad aumentare la tensione sociale. E che tutto questo si verificherà nell’immediata vigilia dell’apertura formale della campagna elettorale.

Ma i rappresentanti del centro sinistra, che con le loro assenze dall’aula di Montecitorio hanno provocato il pateracchio, preferiscono fingere di ignorare le conseguenze concrete della bocciatura del decreto. Rifondazione Comunista ed Antonio Di Pietro si getteranno a capofitto nello sfruttamento elettorale della faccenda. Loro tacciono e minimizzano. Come se facendo finta di nulla le strumentalizzazioni elettoralistiche dei nemici dell’ultra sinistra scomparissero ed i tassi di livello usurario diventassero improvvisamente accettabili e compatibili con le esigenze dei cittadini. All’aspetto pratico della disgraziata vicenda si aggiunge poi quello politico. Che è addirittura più grave e pericoloso. Non solo perché indica che il governo non è riuscito a far approvare un provvedimento su cui si era impegnato con grande dispendio d’energia e di credibilità. Ma soprattutto perché dimostra in maniera inequivocabile che la maggioranza su cui poggia l’esecutivo di Giuliano Amato è allo sbando più totale e non è in grado di assicurare neppure un minimo di supporto parlamentare al Presidente del Consiglio ed ai suoi ministri.

Il senso della sconfitta sul decreto sui mutui, quindi, non è quello del semplice incidente di percorso o della scivolata occasionale di un governo che per il resto sarebbe in grado di andare avanti tranquillamente e serenamente lungo la propria strada. Il significato dell’avvenimento è di ben altra portata. Il governo e la maggioranza sono ormai al capolinea. E non sono più in grado di andare oltre. Neppure di qualche passo nelle prossime settimane o giorni. Giuliano Amato, che è un politico responsabile, dovrebbe prenderne atto e trarne tutte le inevitabili e normali conseguenze. Ma in assenza di un suo atto di responsabilità il compito di chiudere un capitolo che può riservare solo nuovi e più pericolosi danni al paese spetta automaticamente al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il governo non ha più una maggioranza e la legislatura è finita. Il Quirinale non può che prenderne atto informando chi di dovere. Anche quelli che vorrebbero continuare a fare finta di nulla all’infinito.