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  Un “che fare” per il futuro 
23 febbraio 2001

Si apre oggi il secondo congresso del Partito Liberale. E per una volta tanto nella vita gli iscritti del partito erede del Pli decapitato e liquidato dalla rivoluzione giudiziaria dell’inizio degli anni Novanta saranno obbligati a comportarsi come dei leninisti. Che fare? Questo è il quesito di fondo dell’assemblea dell’Hotel Massimo D’Azeglio. Ed è un “che fare” che richiama direttamente l’esperienza del Lenin del 1905. Non riguarda il problema delle alleanze presenti o future del Pl ma tocca direttamente una questione molto più importante e fondamentale. Quella dell’esistenza stessa del partito. I congressisti, infatti, solo formalmente sono chiamati a decidere quale linea politica seguire in occasione delle prossime elezioni politiche. Ma nei fatti il nodo da sciogliere è tutt’altro. E le ragioni sono fin troppo evidenti.

La possibilità che il Pl partecipi con una propria lista autonoma alla competizione elettorale è esclusa in partenza. Non esistono né le condizioni politiche né quelle organizzative ed economiche. Ma proprio perché mancano le condizioni politiche, organizzative ed economiche diventa automaticamente del tutto formale qualunque scelta sul tema delle alleanze. Sul piano pratico e concreto è del tutto improbabile che chiedere l’ingresso nella Casa delle Libertà, partecipare alla formazione di una lista insieme con il Psi o, addirittura, tentare l’avventura terzaforzista con Sergio D’Antoni o Giulio Andreotti possa produrre un qualche risultato materiale e tangibile. Certo, può risultare significativo sapere che dopo lunghe traversie sulla collocazione da prendere i liberali sopravvissuti alla lunga marcia nella finta Seconda Repubblica possano decidere di seguire la gran parte del proprio vecchio elettorato e di schierarsi all’interno del centrodestra. Ma l’operazione ha un valore puramente virtuale. 

Ed in politica la virtualità è una moneta che vale e può essere spesa in tutte le occasioni possibili ed immaginabili tranne quella del momento elettorale. Alla vigilia della verifica del consenso popolare ci vogliono uomini, strutture, capacità di raccogliere firme e voti. E se queste condizioni basilari mancano non c’è virtualità significativa che tenga. Il risultato è zero in termini di collegi e di spazi politici nello scenario parlamentare della nuova legislatura. In linea di principio, naturalmente, non è da escludere che la collocazione del blasone all’intermo di uno schieramento o di un altro possa produrre uno o due seggi. Se così fosse il congresso potrebbe anche assumere un senso diverso dal “che fare”. Forse ridotto, sicuramente concreto. 

Ma esiste una possibilità del genere? La risposta viene dallo stesso interrogativo. Se solo si solleva il dilemma sulla eventualità che il blasone produca un minimo spazio politico vuol dire che lo spazio non c’è. Di qui la questione di fondo di un congresso che nel concreto non è e non può essere chiamato a decidere sul presente ma solo a disegnare un futuro che potrà essere definito esclusivamente dopo la scadenza elettorale. La vera posta in palio non è neppure il partito e la sua presenza intesi in senso leninista stretto. E’ la presenza politica dei liberali di tutti i ceppi e le provenienze nel panorama politico e culturale nazionale. C’è la necessità e c’è la possibilità di questa presenza? Sotto quale forma? All’interno di quale schieramento e con quali rappresentanti?

Il suggerimento di chi in questi anni ha tenuto faticosamente in vita il giornale fondato da Cavour e della tradizione liberale italiana è di approfittare del congresso per fissare il momento in cui, ad elezioni avvenute, si dovranno affrontare e sciogliere questi nodi intricati. Qualcuno potrebbe considerarlo un suggerimento derivante da una valutazione fallimentare della situazione. Ma non è così. Dopo le elezioni apparirà fin troppo chiaro ed evidente il percorso da seguire. Che non potrà essere quello della semplice riedizione del passato ma quello del rinnovamento complessivo e radicale degli uomini, delle strutture, dei metodi e delle prospettive. Bisognerà costruire la coscienza critica e di qualità dell’area della nuova maggioranza di governo e dell’intero paese. Per farlo sarà necessario costruire nel corso della prossima legislatura una minoranza elitaria e combattiva capace di dare un nuovo futuro ad una presenza che ha avuto un grande passato ma che non è riuscita a garantirsi il presente. Il “che fare” dei liberali è tutto qui.