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  Il candidato premier tra Tremonti e D'Alema
6 marzo 2001

In apparenza Francesco Rutelli si è comportato da leader. A nome dell’intero centro sinistra si è affrettato a respingere la proposta fatta da Giulio Tremonti all’Ulivo di non approvare la legge sul federalismo al Senato come segnale di ripresa di un dialogo sulle riforme destinato a svilupparsi appieno nel corso della prossima legislatura. Il candidato premier dello schieramento progressista ha annunciato che la maggioranza andrà avanti lungo la propria strada senza aperture o cedimenti di sorta verso la Casa delle Libertà. Ed ha caricato la sua dichiarazione di una buona dose di arroganza e presunzione. Quasi a voler rendere assolutamente incontrovertibile che il centro sinistra ha ritrovato la propria compattezza con il recente voto sul federalismo della Camera. E che sull’onda di questo successo conta di chiudere l’ultimo e decisivo scorcio della campagna elettorale all’insegna della grande rimonta su Silvio Berlusconi. 

Ma mai come in questa occasione l’apparenza inganna. In realtà il povero Rutelli avrebbe dato prova di essere un leader se avesse avuto il coraggio di comportarsi in maniera esattamente opposta a quella tenuta. In particolare, se avesse accolto la richiesta di Tremonti impegnandosi a riaprire il dialogo sulle riforme subito dopo i risultati elettorali, avrebbe dimostrato di essere riuscito ad assumere finalmente la guida effettiva del fronte dell’Ulivo. Invece, come sempre gli capita nei momenti decisivi, ha avuto paura di avere coraggio. Ed ha preferito continuare a recitare la parte del Capitan Fracassa che gli è stata imposta e gli viene continuamente ricordata dai suoi effettivi pigmalioni. Cioè dal segretario dei Ds Walter Veltroni e da tutti quegli altri dirigenti ulivisti del centro sinistra che attraverso Rutelli non cercano soltanto il centro destra e l’aborrito Cavaliere ma vogliono anche regolare i conti all’interno della sinistra con chi non persegue il progetto della federazione democratica ma il modello del partito socialdemocratico europeo.

Nel bocciare la proposta di Tremonti, infatti, Rutelli non si è limitato a compiere un atto di ostilità contro il nemico del centro destra. Ha lanciato un preciso siluro contro quell’idea di ripresa di dialogo tra maggioranza ed opposizione da sviluppare dopo le elezioni che è stata lanciata nei giorni scorsi da Massimo D’Alema. Rutelli, quindi, ha cercato di spezzare sul nascere il filo del confronto aperto tra la futura maggioranza di centro destra e la futura opposizione di centro sinistra. E lo ha fatto non tanto per ribadire quel “no” all’inciucismo tanto caro a Walter Veltroni ma per fare saltare lo schema del nuovo bipolarismo post elettorale caratterizzato dal dialogo sui temi istituzionali tra centro destra e centro sinistra che tanto attira D’Alema e , forse, lo stesso Berlusconi. La vicenda non stupisce e non suscita neppure uno scandalo eccessivo. 

E’ normale che Rutelli svolga il lavoro sporco in nome e per conto di Veltroni. Soprattutto se si considera che il futuro politico del candidato premier del centro sinistra non dipende tanto dalla vittoria o meno dell’Ulivo su Berlusconi , quanto dalla sconfitta o meno del progetto dalemiano di riconquista della Quercia e di ristrutturazione della sinistra. Ciò che preoccupa, semmai, è che per odio a D’Alema i dirigenti ulivisti abbiano deciso di andare avanti a colpi di maggioranza sulle riforme fissando un precedente che non potrà non essere seguito dalla futura maggioranza di centro destra. Qualcuno di loro pensa che il centro destra non riuscirà mai a seguire l’esempio del centro sinistra e a realizzare riforme a colpi di maggioranza. Ad impedirlo ci sarà sempre la capacità della sinistra e dei sindacati fiancheggiatori di mobilitare le piazze. Ma chi ragiona in questi termini compie un grossolano errore. Il tempo della paura per le minacce massimaliste è finito. Anche perché nessuno è più disposto a mobilitarsi per le belle facce di Rutelli o di Veltroni.