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  Arturo Parisi e i compagni-coltelli 
13 marzo 2001

Qualcuno si affretti a comunicare ad Arturo Parisi che la guerra, pur essendo ancora formalmente in corso, è finita e perduta. Non quella che il candidato premier del centro sinistra Francesco Rutelli si ostina a combattere contro Silvio Berlusconi e la Casa delle Libertà.Ma quella interna e fratricida del centro sinistra tra gli ulivisti e gli antiulivisti. Il conflitto del 13 maggio è già terminato da lungo tempo. In particolare dal giorno della sconfitta dell’Ulivo alle ultime elezioni regionali. Ed ha avuto la singolare sorte di essere addirittura storicizzato prima ancora della sua conclusione naturale. E’ talmente pacifico e scontato che Rutelli stia combattendo una battaglia irrimediabilmente perduta in partenza che ormai l’attenzione generale non si concentra affatto sul momento del voto ma sul futuro del paese nel corso della prossima legislatura. 

Dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ai rappresentanti più avvertiti dei principali governi stranieri, tutti incominciano ad operare come se le elezioni fossero già state celebrate ed il nuovo governo di centro destra fosse stato insediato a Palazzo Chigi. Non si tratta di azzardo ma di semplice realismo. E non è un caso che ad essere più realisti del re e di Berlusconi siano anche gli esponenti della sinistra internazionale che lanciano minacce al futuro governo moderato italiano non per favorire l’impossibile vittoria di Rutelli ma per preparare il terreno alla nuova strategia politica che le forze progressiste italiane e straniere dovranno inventare all’indomani del 13 maggio. Parisi sa bene che questa guerra è ormai archiviata. Ciò che non ha ancora capito è che ad essere finita è anche l’altra guerra. Quella più sotterranea ma più devastante che ha infiammato per alcuni anni il centro sinistra e che riguarda gli ulivisti e gli antiulivisti. 

Qualcuno compia la pietosa e dolorosa opera di carità. Informi il rappresentante dei democratici che lo scontro tra l’asse ulivista Rutelli-Veltroni ed il binomio antiulivista D’Alema-Amato si è concluso con la totale disfatta degli ulivisti buonisti. E lo convinca a togliersi l’elmetto, a buttare il fucile e ad uscire con le mani alzate dal bunker in cui si è asserragliato insieme al candidato premier del centro sinistra. Nell’Ulivo non c’è alcun doppio livello di comando e di strategia, come pensa il buon Parisi convinto di avere ancora qualche speranza di vincere la lotta contro i “compagni-coltelli”. C’è chi si accinge a perdere ed a caricarsi di tutte le responsabilità della sconfitta. E c’è chi si defila oggi per prepararsi a sostituire i vinti con un progetto di rifondazione e di ristrutturazione dell’intera area della sinistra. I primi sono, ovviamente, i Rutelli, i Parisi, i Castagnetti, i Mastella ed i Dini. 

I secondi i due ex presidenti del Consiglio Massimo D’Alema e Giuliano Amato, che hanno sperimentato sulla loro pelle l’incapacità dell’attuale maggioranza di essere all’altezza dell’opposizione di Silvio Berlusconi e sono convinti che solo dopo il doloroso ed inevitabile passaggio elettorale sarà possibile dare vita ad una nuova sinistra moderna ed adeguata ai tempi ed agli avversari. Qualcuno, dunque, spieghi a Parisi che non c’è alcuna ragione di continuare a comportarsi come i soldati giapponesi dispersi nelle isole del Pacifico. La resa degli ulivisti si è avuta già da tempo. Esattamente da quando il segretario dei Ds Walter Veltroni ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma. Da allora la bandiera ulivista è stata virtualmente ammainata. E sul pennone della sinistra italiana è incominciata a salire una bandiera ancora indecifrabile ma contrassegnata dai nomi di D’Alema ed Amato. Per cui, a Parisi e compagni, non rimane che alzare le mani. Con la speranza che D’Alema ed Amato siano clementi con gli ulivisti e si convincano che non serve la decimazione. Basta fare prigionieri.