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La livorosa
macchina da guerra 20 marzo 2001 Non è più gioiosa ma solo livorosa la gigantesca macchina da guerra messa in piedi dalla sinistra per tentare di battere i propri avversari alle prossime elezioni politiche. Ma nel cambio il fronte progressista non ci guadagna affatto. Anzi, il passaggio da una presunta gioia ad un sicuro livore è un segno innegabile di una crisi profonda giunta ormai al suo acme. Nel ’94 la macchina bellica era gioiosa perché proiettata vero una conquista del potere che veniva considerata assolutamente inevitabile. La prospettiva di entrare in quella stanza dei bottoni, che per un intero cinquantennio aveva rappresentato il traguardo irraggiungibile del popolo di sinistra, suscitava speranze e felicità. Non solo in quelli che si vedevano ormai proiettati nei posti di vertice dello stato, ma anche in larghi settori dell’opinione pubblica che in nome della necessità di operare una svolta nella guida del paese erano pronti anche a turarsi il naso di fronte alla presenza preponderante dei post-comunisti nel processo di cambiamento. Quella gioiosità fondata sull’ansia dell’innovazione andò delusa nel ’94 ma si prese la rivincita nel ’96. Ora, però, dopo cinque anni di governo del centro sinistra, è scomparsa del tutto. Al suo posto c’è un livore sordo e violento che, come la gioia era frutto della speranza, è la conseguenza diretta di una disperazione crescente ed inarrestabile. Per la consapevolezza che i cinque anni di governo non hanno prodotto alcuna innovazione ma hanno rappresentato una clamorosa occasione perduta. E, di fatto, si sono risolti in un gigantesco fallimento. E per la bruciante certezza che, persa l’occasione, la sinistra sarà costretta a perdere anche tutti i privilegi che la responsabilità diretta del governo comportava. Di qui la feroce ostilità messa in mostra nella vicenda della Rai, come gli stessi Presidenti dei due rami del Parlamento, Nicola Mancino e Luciano Violante, sono stati costretti a riconoscere. Ma si sbaglierebbe se il livore venisse attribuito all’intero popolo della sinistra. Chi a metà degli anni ’90 sperava nel cambiamento e che è rimasto deluso per il fallimento della classe dirigente della sinistra, non manifesta alcun tipo di feroce ostilità. O continua a sperare nel nuovo e si rivolge senza i vecchi pregiudizi a chi sembra dare maggiore affidamento sul terreno delle trasformazioni innovative del paese. Oppure è deciso a punire i dirigenti politici che hanno sbagliato rifiutandosi di partecipare alla battaglia elettorale. I livorosi, invece, sono i privilegiati. Quelli che hanno occupato, lottizzato, conquistato, accaparrato, ingozzato. E che di fronte alla prospettiva sempre più sicura di dover rinunciare a tanto benessere ed a tanta ricchezza reagiscono nelle maniere più scomposte ed iraconde. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. E non vale neppure la pena di specificarli uno per uno. Ciò che va invece sollevato è il problema più generale di una sinistra divisa tra nomenklatura e base, in cui gli interessi personali e privati di pochi rischiano di sopravanzare e schiacciare quelli generali dei tanti. Il popolo di sinistra, in sostanza, deve incominciare ad isolare e scaricare chi tenta di trasformare una normale campagna elettorale in uno scontro senza quartiere solo per difendere non le proprie idee ma i propri portafogli. Se scaricherà i livorosi getterà le basi per la rinascita di uno schieramento indispensabile per la corretta dialettica democratica del paese. In caso contrario sarà condannato non tanto a molti anni di sterilità politica e culturale. Il che è molto peggio di finire all’opposizione per una legislatura!
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