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  A proposito di irriducibili
30 marzo 2001

Grazie ad un servizio apparso su “Sette”, il settimanale del “Corriere della Sera”, qualcosa di nuovo, anzi d’antico, è tornato a fare capolino nelle cronache della politica italiana. Si tratta della categoria degli antemarcia, delle fasce littorie, degli antesignani di tutti i grandi rivolgimenti che in vista o in concomitanza dei cambi di regime si piazzano nella posizione più acconcia per rivendicare meriti e pretendere l’equivalente in posti e poltrone. Come estensore e primo firmatario del “Manifesto degli irriducibili”, a cui il servizio di “Sette” è dedicato, avevo ampiamente messo in conto che la voluta provocazione avrebbe prodotto questo risultato. E che l’iniziativa di chiamare a raccolta quelli che “ hanno il torto di avere avuto sempre ragione” ed hanno biografie prive di trasformismi e contorsionismi di sorta, avrebbe sicuramente prestato il fianco all’accusa di aver voluto conquistare ad ogni costo la prima fila in vista delle future distribuzioni di privilegi e prebende.

Non contesto, quindi, chi può coltivare un sospetto del genere. Ed anzi, proprio perché la provocazione era calcolata, ho la possibilità di contestare e fugare questo sospetto con una argomentazione altrettanto calcolata. Se gli “irriducibili” fossero cacciatori di posti avrebbero già da tempo manifestato questa vocazione con risultati adeguati alle loro capacità professionali. Ovviamente esibendosi in quelle operazioni trasformistiche che da sempre consentono ai voltagabbana di conquistare prima e meglio dei coerenti le posizioni che contano e che rendono. Nessuno vuole conquistare anzitempo la qualifica di antemarcia per meglio collocarsi al momento della svolta di governo dopo le elezioni del 13 maggio. Non solo perché la “marcia” si deve ancora concludere ed il suo esito va ancora verificato. Ma anche perché nessuno è così fesso da immaginare che l’eventuale vittoria del centro destra possa provocare chissà quale palingenesi o catarsi purificatrice della nomenklatura di sinistra che schiaccia il paese da alcuni decenni a questa parte. 

Tutti sanno, soprattutto quelli che oggi si affrettano ad indossare preventivamente i panni delle vittime, che ognuno rimarrà al proprio posto. Nessuno toccherà nessuno. Sia perché non fa parte della cultura liberale dedicarsi alle rappresaglie ed alle liste di proscrizione. Sia perché la stragrande maggioranza della nomeklatura di sinistra ci metterà un secondo a cambiare casacca diventando più irriducibile del più intransigente degli irriducibili. Ed il rimanente conserverà la propria identità ulivista solo per diventare funzionale ai potenti di turno testimoniando, con la loro inamovibilità nelle poltrone, la piena democraticità della nuova maggioranza. La verità, quindi, è che il “Manifesto degli Irriducibili” non nasce da una qualche spinta opportunistica e non è affatto diretto a conquistare la prima fila per la futura distribuzione di pani e prebende. E’ una iniziativa, forse anche troppo ingenua, di taglio post-futurista che mira ad un solo ed unico obbiettivo. Quello di salvaguardare la propria identità e la propria dignità. Per ricordare che la storia degli ultimi cinquant’anni del nostro paese non è solo la storia delle varie anime della sinistra più o meno convertita o convertibile. E’ anche la storia di altri. Autonomi e non omologabili. Sia nel passato, sia soprattutto nel futuro.