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  Le metamorfosi della democrazia
1 aprile 2001

I vertici della politica hanno esaurito le lunghe trattative per la formazione delle liste elettorali. Ed il nuovo Parlamento è bello e fatto. E’ vero che per la proclamazione ufficiale degli eletti bisognerà aspettare la fine dell’ultima fase della campagna elettorale, quella che a termini di legge si apre con la presentazione delle liste e si chiude con il voto dei cittadini. Ma non c’è bisogno di essere troppo smaliziati per capire che il prossimo mese e mezzo servirà solo ad assicurare lo spettacolo esteriore e formale della democrazia. Nei fatti i giochi sono già definiti. Volendo si può snocciolare fin da ora chi entrerà a far parte di Camera e Senato nella prossima legislatura. E l’unica incertezza che rimane riguarda un numero talmente ristretto di collegi in bilico che l’eccezione porta automaticamente a confermare la regola. Tanto più che i tecnici di sistemi elettorali presenti nei partiti hanno abbondantemente calcolato scorpori, recuperi e marchingegni vari della legge elettorale. Al punto da poter prevedere con una approssimazione niente affatto ridotta i vincitori ed i vinti dei collegi di frontiera.

Al posto della democrazia degli eletti, quindi, è nata la democrazia dei designati. Pochissime persone, al massimo una decina, nel giro di alcuni giorni di consultazioni e trattative, hanno scelto chi dovrà rappresentare il popolo sovrano nella prossima legislatura. I cittadini, naturalmente, saranno chiamati alle urne a celebrare il rito tradizionale della democrazia elettorale. Ma tutti sanno che si tratterà di pura e semplice liturgia. I leader delle diverse forze politiche ed i loro più stretti collaboratori hanno risparmiato gli italiani della difficile incombenza di dover scegliere sul serio chi li dovrà rappresentare. E’ il bello dell’ultima versione del sistema maggioritario imbastardito dal recupero proporzionale! E non c’è nulla da fare! A partire da muovere tardive proteste sui criteri con cui le scelte sono state effettuate. 

Perché, infatti, lamentarsi se invece della competenza, della capacità e dalla rappresentatività di idee e valori politici e culturali sono stati privilegiati criteri di tutt’altro genere? Stupirsi o scandalizzarsi se molti futuri deputati o senatori sono stati scelti più in base alla loro utilità materiale o amicizia personale con il leader di turno è sicuramente da ingenui. Dove avrebbe potuto mai scegliere i suoi collaboratori Luigi XIV se non tra i suoi più stretti cortigiani? E con quali criteri se non con quelli dell’impulso del momento o dei suoi particolari, incomprensibili ed inappellabili ragionamenti? Più che lamentarsi del passaggio dalla democrazia degli elettori e degli eletti alla democrazia dei designati, quindi, bisogna prenderne atto. Non per accettare passivamente un evento che alla lunga è destinato a produrre effetti nefasti anche per i Luigi XIV del momento.

Ma per regolarsi di conseguenza impegnandosi a creare gli strumenti per esercitare un indispensabile controllo democratico su un meccanismo che ricorda troppo i sistemi autoritari e dispotici delle monarchie assolute per poter essere minimamente avvicinato a quello delle democrazie moderne e più avanzate. Per un quotidiano di area laica e liberale come “L’opinione delle Libertà” il ruolo e la funzione sono presto definiti. Dovrà per un verso diventare sempre di più strumento e portavoce di quell’area laica e liberale che rischia di non essere minimamente rappresentata nel nuovo Parlamento degli eletti per finta. E dovrà, per l’altro, svolgere un controllo di qualità sull’attività dei designati grazie ai criteri in uso nella Francia del “Re Sole”. Ovviamente senza sconti per nessuno.