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La frattura tra paese
reale e paese formale 3 aprile 2001 Luciano Violante ha perfettamente ragione quando definisce fisiologico lo stato di fibrillazione in cui sono cadute le diverse forze politiche al momento della stretta decisiva della scelta dei candidati alle prossime elezioni politiche. E’ normale che la definizione delle liste, con le bocciature e le promozioni, suscitino contrasti, polemiche e lacerazioni. E’ stato così ai tempi della proporzionale, quando era più facile accontentare le ambizioni dei tanti aspiranti. E non poteva essere altrimenti nell’era del maggioritario bastardo del “Mattarellum” in cui per ogni collegio bisogna compiere una vera e proprio operazione chirurgica per separare il fortunato prescelto dalla folla dei pretendenti. Ma l’aspetto fisiologico si ferma qui. Tutto il resto, a partire dai criteri con cui sono state realizzate le selezioni, è pura patologia. La fibrillazione, in sostanza, è quella normale di tutte le immediate vigilie di apertura delle campagne elettorali. Ma si trasforma in un sintomo preoccupante e pericoloso se rapportata al meccanismo elettorale del maggioritario corretto dalla quota proporzionale. Pur avendo per un certo verso ragione, quindi, sbaglia il presidente della Camera quando lascia intendere che una volta superata la fase incriminata la politica italiana tornerà ad incanalarsi entro gli argini della più assoluta normalità e tranquillità. L’errore consiste nel non ricordare che il nostro paese ha già vissuto l’esperienza del maggioritario con collegio uninominale. E che quella esperienza ha prodotto il devastante risultato della liquidazione della democrazia parlamentare e dell’avvento dello stato autoritario. A suo tempo la crisi del sistema dipese dalla frattura che i criteri adottati per la scelta dei candidati provocavano tra il paese reale ed il paese formale, cioè tra gli elettori e gli eletti. Adesso, con una incredibile accelerazione rispetto ai decenni di maturazione della crisi del sistema dell’Italia liberale e giolittiana, la frattura rischia di verificarsi già alla terza legislatura eletta sulla base del maggioritario. Allora i criteri erano quelli della massima fedeltà dei notabili locali ai detentori del governo nazionale. Il fenomeno del trasformismo divenne la diretta conseguenza del criterio prescelto per la selezione della classe politica. E provocò il diffondersi di quella cultura ostile alla democrazia che fece breccia sulle giovani generazioni di allora e che, alimentata dai rivolgimenti seguiti alla prima guerra mondiale, spianò la strada ai partiti di massa fascista e comunista nemici in tutto tranne che sulla comune volontà di liquidare la falsa democrazia dei notabili locali, cortigiani del governo e lontani anni luce dai propri elettori. Adesso c’è il fondato rischio che nel giro di tre sole legislature (la prima di soli due anni e la terza ancora in gestazione) la spaccatura avvenga in maniera addirittura più grave. I vertici dei partiti hanno scelto i candidati privilegiando il solo criterio della fedeltà dei notabili. Questi ultimi non hanno neppure quel radicamento locale che nell’Italia giolittiana forniva una parziale giustificazione alla presenza in Parlamento dei fedelissimi del potere governativo. Sono totalmente sganciati dal territorio. E non rappresentano null’altro che il loro rapporto di totale dipendenza non con gli elettori ma con il leader del partito di appartenenza. E’ probabile che grazie a questo criterio di dipendenza dal leader la terza legislatura del maggioritario blocchi il fenomeno del neo-trasformismo e delle transumanze dei parlamentari tanto in voga durante i cinque anni di governo dell’Ulivo. Ma la spaccatura tra eletti ed elettori non potrà scongiurarla in alcun modo. Ed il rischio che la separazione tra paese reale e paese formale porti ad una nuova eclissi della democrazia tornerà a farsi drammaticamente concreto. Se vuole governare il paese senza traumi è bene che la Casa delle Libertà non sottovaluti il problema. Magari facendosi carico fin da ora della necessità di una riforma elettorale sulla base del sistema usato per le elezioni regionali.
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