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  Come si imbavaglia il dissenso politico
7 aprile 2001

Sono stati gli anni della libertà vigilata. Quelli in cui tutti hanno potuto avvertire sul proprio collo il soffio, più pesante ed oppressivo rispetto al passato, di uno stato occupato da ex totalitari limitatamente fintamente pentiti. Nell’era dell’Ulivo sono aumentate le tasse, le imposte, le multe, le verifiche, i controlli. Si è estesa e rinforzata a dismisura la lente d’ingrandimento che il tradizionale stato burocratico e centralista usa per tenere sotto controllo il singolo cittadino. Ed il solo risultato conseguito non è stato quell’aumento della legalità che il governo di centro sinistra aveva posto al centro del proprio programma elettorale del ’96 ma l’esatto opposto. La libertà vigilata a cui sono stati sottoposti i cittadini da parte di tutte le istituzioni, da quelle comunali e locali a quelle nazionali, non ha risolto uno solo dei problemi che storicamente affliggono il paese. I livelli di evasione fiscale e di illegalità diffusa sono rimasti quelli di sempre.

Mafia, camorra e ’ndrangheta hanno continuato a controllare i rispettivi territori. La criminalità comune non ha subito alcuna flessione. E con essa tutti i fenomeni legati alla droga, alla prostituzione ed a quella parte dell’immigrazione clandestina che non alimenta il mercato nero del lavoro ma quello vermiglio della delinquenza alimentata dalla disperazione. Il risultato è l’esorbitanza di controllo e di pressione dello stato sui cittadini ha corrisposto un aumento, alle volte addirittura sproporzionato, di insicurezza e di timore dei cittadini stessi. A conferma che l’eccesso di presenza delle burocrazie statali non risolve ma aggrava i problemi della società. Alla limitazione della libertà per gli italiani in genere ha poi corrisposto una altrettanta limitazione della libertà per quegli italiani particolari che hanno la ventura di lavorare nel settore dell’informazione sena essere allineati ai partiti di governo della passata legislatura. 

Nell’era dell’Ulivo, naturalmente, non c’è stata una stretta autoritaria diretta e formale. Nessuno ha chiuso giornali o imposto regole di comportamento sul modello di quanto avvenuto ai tempi della “fabbrica del consenso” del regime autoritario fascista. La stretta è stata molto meno brutale, molto più morbida ed indiretta. Ma, nella sostanza, c’è stata ed ha prodotto una sostanziale limitazione della libertà di stampa e di espressione dei “dissidenti” del “regimetto” ulivista. Il metodo usato è stato quello solito, ma attentamente adeguato ai tempi che non sono gli anni 20 del secolo breve ma il periodo a cavallo dal secondo al terzo millennio, del bastone e della carota. Per un verso il centro sinistra al potere ha adoperato la carota della omologazione per amore e per forza ulivizzando la Rai, controllando politicamente Mediaset e condizionando con gli strumenti delle sovvenzioni pubbliche, delle pressioni statali e del controllo dei flussi pubblicitari tutti gli altri mezzi d’informazione. Per l’altro verso ha creato le migliori condizioni perché venisse adoperato il bastone delle iniziative giudiziarie allo scopo di intimidire e tappare la bocca a quei pochi intellettuali e giornalisti liberi decisi a resistere al “politicamente corretto” dei potenti di turno: politici e magistrati politicizzati. 

Due dati più di ogni altro indicano in maniera fin troppo evidente l’uso strumentale degli strumenti di giustizia compiuto nell’era dell’Ulivo. Le querele per diffamazione ed i conseguenti procedimenti civili di risarcimento danni ai danni di giornalisti sono passati in termini monetari dalle poche centinaia di milioni della prima metà degli anni ’90 a circa tremila miliardi dell’epoca del centro sinistra al potere. Nel corso della legislatura passata, inoltre, la maggioranza ulivista non solo non ha prodotto leggi capaci di controllare il fenomeno ma ha addirittura approvato un provvedimento (corretto solo alla vigilia dell’apertura della campagna elettorale) per togliere ai giornalisti il diritto all’appello. Questa edizione de “L’opinione delle libertà” vuole essere una doppia testimonianza. Della riduzione della libertà di espressione nell’era dell’Ulivo. E dell’esistenza di chi ha avuto il coraggio di dissentire anche a costo di finire, se non in galera come in passato, almeno in dissesto. Irriducibili!