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  Da quelli “rossi” a quelli del Bingo
14 aprile 2001

La sinistra al governo avrebbe dovuto portare il popolo alla guida del paese. Invece più si guarda ai cinque anni dell’era dell’Ulivo più ci si accorge che una volta entrata nella tanto sognata e rivendicata “stanza dei bottoni” la sinistra non ha portato il popolo al governo ma ha realizzato il “governo dei salotti”. Il buffo è che ad essere promossi a motori propulsivi del sistema nazionale non sono stati i vecchi “salotti rossi”, quelli esclusivi dei post-rivoluzionali ex stalinisti o ex sessantottini, dove per alcuni decenni si erano celebrati i riti pallosi ma autentici del piacere della conversazione trasformato in dibattito obbligatoriamente intelligente ed elevato. Niente affatto! Una volta al governo la sinistra guidata dai quarantenni ha scoperto che la “vecchia guardia” era stanca. 

Ed invece di riempire i “salotti rossi” di un tempo per un verso ha incominciato a frequentare i “salotti buoni”, quelli dove non ci si incontra per il gusto di confrontare le idee ma per la necessità di conciliare e promuovere interessi e che sono da sempre e per definizione governativi. Per l’altro non si è limitato a riempire le case ed i luoghi d’incontro della alta borghesia trasformistica dei cosiddetti “poteri forti” ma ha pensato bene di dare vita ad una serie di propri salotti esclusivi, folgorati dalla constatazione che quando si sta al governo gli interessi si curano meglio tra divani, arazzi e belle donne piuttosto che nelle vecchie stanze di partito. Sono nati così tre generi di salotto. Quello dei nuovi boiardi di stato, che si è formato nella fase prodiana dell’era dell’Ulivo ed in cui ogni singolo esponente della nuova “razza padrona” si è creato la propria corte personale. Gli esempi di Chicco Testa e di Franco Tatò dell’Enel sono illuminanti. 

Quello mediatico-culturale nato dall’intreccio tra i potenti della Rai ulivizzata e le ex avanguardie invecchiate del cinema e della intellettualità progressista avvenuto a cura di Walter Veltroni con la gestione ed i controllo del ministero della Cultura. Ed infine, quello che è stato realizzato nella fase della presidenza del Consiglio di Massimo D’Alema e che ha portato, soprattutto grazie ai “D’Alema boys” ed alla loro capacità di sfruttare la cosiddetta “merchant bank di Palazzo Chigi” alla creazione dei salotti d’interessi legati al mondo della telefonia interna ed internazionale e del gioco del bingo. Tutte le grandi decisioni prese nell’era dell’Ulivo sono nate all’interno della cerchia esclusiva dei frequentatori dei vecchi salotti buoni dei poteri forti aperti alla nuova nomenklatura ed i tre diversi e spesso antagonisti salotti nuovi prodotti dalle varie anime della sinistra al potere. 

Ed il popolo? Che ha fatto quel popolo che per tanti anni aveva sognato l’ingresso a bandiere rosse spiegate nei Palazzi del vecchio regime? E’ rimasto a guardare. Con una rabbia ed una delusione crescenti che troveranno sicuramente sfogo nelle elezioni del 13 maggio. La lezione dovrebbe servire alla sinistra. Ma dovrebbe essere colta al volo anche dal centro destra. In particolare da Silvio Berlusconi che ha il fiuto e la sensibilità per evitare che la Casa delle Libertà al governo commetta errori analoghi a quelli compiuti dall’Ulivo. Sul centro destra grava il rischio che una volta vinte le elezioni i tanti salotti d’interessi del centro sinistra siano sostituiti da un unico e gigantesco salotto costruito sul modello della corte di Luigi XIV. Il pericolo è grande. Tanto più che la maggior parte dei frequentatori della “corte” sarebbero quelli che già sono passati tra i divani dei boiardi di Prodi, dei potenti di Veltroni e dei boys telefonici di D’Alema. Per questo, a nome di un elettorato che non vuole cadere dalla padella nella brace, bisogna chiedere fin da ora al leader della Casa delle Libertà di guardarsi da i cortigiani e dai voltagabbana. Le corti, ai tempi nostri, hanno il respiro corto.