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Le elezioni belle
e quelle brutte 11 maggio 2001 Ma che mondo è mondo e da che democrazia è democrazia le elezioni belle sono quelle che si vincono e le elezioni brutte sono quelle che si perdono. Il grado di bellezza e bruttezza delle tornate elettorali, inoltre, è sempre direttamente proporzionale al tipo ti vittoria o sconfitta conseguita. Se il successo è ampio e solido le elezioni sono splendide. Se si perde forte rappresentano inevitabilmente il punto più basso raggiunto dalla democrazia nella storia del paese. Chi non conosce gli ultimi sondaggi e vuole sapere in anticipo il risultato del 13 maggio, di conseguenza, non deve far altro che vedere chi mette le mani avanti e parla già da adesso di elezioni pessime. Costoro sanno che perderanno le elezioni ed incominciano per tempo a reagire alla forza del destino sostenendo che mai ci sono state elezioni più squallide e ributtanti di quelle di domenica prossima. Non è difficile, allora, anticipare il risultato di domenica. A disegnare scenari funerei sulle conseguenze del voto sono quelli del centro sinistra. Per cui è fin troppo evidente che l’Ulivo sa già di perdere. E con largo margine. Se poi qualcuno non si accontenta di questa cartina di tornasole e vuole la classica prova del nove non deve far altro che eseguire il cosiddetto “test Rai”. Che fanno i massimi dirigenti dell’ente pubblico radiotelevisivo, da sempre spia infallibile dei sommovimenti politici nazionali? Preparano le valigie o mettono in frigorifero lo spumante per domenica notte? Anche di questo caso la risposta é semplice. Il vertice ulivista di viale Mazzini e Saxa Rubra ha già incominciato a sgomberare i cassetti delle scrivanie, a vestire i panni del martire, a trovare altre ed altrettanto remunerative collocazioni. Sanno che i loro referenti politici perderanno e, con l’ampia eccezione di chi si prepara a correre in aiuto del vincitore, se la prendono fin da oggi contro il 13 maggio così come i loro padri e nonni se la presero per alcuni decenni con il 18 aprile del ‘48. I due esami e la certezza della vittoria non deve però troppo ringalluzzire il centro destra Le belle elezioni non escludono i problemi. E il sempre più scontato successo di domenica prossima non deve suscitare l’illusione che battuto l’Ulivo e rimandati a casa i governanti del centro sinistra il più sia risolto. Chiunque abbia un minimo di sale in zucca e sia provvisto di senso di responsabilità sa fin troppo bene che per il centro destra vincitore le difficoltà incominceranno la mattina del 14 maggio. E si tratterà di difficoltà di mille generi diversi ma tutte riconducibili ad una sola ed unica questione: quella della classe dirigente della nuova maggioranza di governo. Da chi sarà composta questa classe dirigente che dovrà aiutare Silvio Berlusconi ed i leader della Casa delle Libertà a traghettare il paese all’era ulivista alla fase del cambiamento e dell’innovazione? Nelle democrazie dove è l’alternanza ed una prassi consolidata la questione non si pone. L’opposizione che diventa maggioranza ha da tempo selezionato la propria classe dirigente che non é alternativa e radicalmente antagonista a quella della vecchia maggioranza trasformatasi in nuova opposizione. Uscenti ed entranti hanno in comune valori, esperienze e riferimenti culturali condivisi. Ma da noi la fine dell’era dell’Ulivo inevitabilmente coincide con l’epilogo di quarant’anni di predominio culturale e politico della sinistra sulle istituzioni e sull’intero paese. E questo comporta che il passaggio da una fase all’altra sia molto più complicato e difficile di quello dell’alternanza tra coalizioni diverse delle democrazie mature. Nel nostro paese chi ha fatto per decenni della nomenklatura non riconosce agli altri la capacità ed i titoli per essere la nuova classe dirigente. Si legge quanto scritto ieri dal direttore de “La Repubblica” Ezio Mauro a proposito delle brutte elezioni, del populismo come malattia senile della destra italiana e del fatto che il successo del Cavaliere sarebbe favorito dalla scomparsa della “religione repubblicana” elaborata nel dopoguerra dalle élites imprenditoriali e politiche del Nord industriale ed azionista. Secondo Mauro con la scomparsa di quella categoria nucleo della vecchia classe dirigente non ci sono più élites capaci di guidare il paese. E la sua convinzione esprime a tal punto la certezza assoluta di tutti gli uomini della nomenklatura italiana. Al punto che secondo alcuni uomini di grande ingegno come Giuliano Ferrara il centro destra ha un solo modo per risolvere il problema della propria classe dirigente. Quello di cooptare e fare proprie le vecchie élites della sinistra che in questo modo diventano automaticamente inamovibili ed eterne. Ma questa non é e non può essere la soluzione che il centro destra deve dare al problema della definizione della propria classe dirigente. Se a governare rimangono sempre gli uomini del centro sinistra perché mai gli elettori dovrebbero votare per il centro destra? Al massimo questa può essere la risposta contingente e del breve termine. Ma a tempi lunghi é inevitabile che la Casa delle Libertà debba trovare, formare e far crescere al proprio interno la nuova classe dirigente destinata a traghettare il paese dall’era dell’Ulivo statalista alla fase del cambiamento liberale.
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