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Un governo
all’altezza 17 maggio 2001 La più lunga e tormentata campagna elettorale della storia dell’Italia repubblicana è già archiviata. Il centro sinistra è ormai alle prese con la inevitabile resa dei conti provocata da una sconfitta dalle dimensioni tipiche della disfatta. Ed il centro destra si prepara a compiere il primo e più importante passo della nuova legislatura varando quel governo che dovrà applicare le clausole del contratto stipulato da Silvio Berlusconi con gli italiani. La ragione di questo repentino cambiamento di clima è tutto nel risultato del voto del 13 maggio. Il paese si è espresso con grande chiarezza e precisione in favore della alternanza alla guida del governo. Ha prodotto una maggioranza a prova di qualsiasi ribaltone incaricandola di operare il tanto atteso cambiamento sulla società nazionale. Ed ha investito con altrettanta chiarezza l’opposizione del compito di controllare per i prossimi anni l’operato ed il comportamento della maggioranza di governo. Mai come in questa occasione il voto ha espresso la volontà degli italiani di dare vita ad un sistema democratico bipolare senza compromessi, trasformismi , imbrogli ed inciuci di sorta. Il corpo elettorale si è pronunciato apertamente per rendere moderno e finalmente “ normale” il paese. Ed ha dispetto delle ubbie di quei vecchi intellettuali che considerano gli abitanti della penisola una massa di rozzi imbecilli perennemente da rieducare, si è comportato in maniera molto più avvertita rispetto alle abitudini di molti esponenti della sua vecchia classe dirigente . La questione ha sicuramente un valore positivo. Indica che gli italiani sono cresciuti ed hanno deciso di chiudere una volta per tutte la lunga e tormentata fase di transizione seguita alla cosiddetta rivoluzione giudiziaria degli anni ’90. Al tempo stesso, però , pone un problema preciso alla nuova maggioranza . Quello di essere all’altezza della maturità messa in mostra dal paese dando vita ad un governo capace di rispecchiare perfettamente lo spirito e la volontà di chiarezza bipolare degli elettori. Già si parla della intenzione di Silvio Berlusconi di dare un segnale di novità evitando di perdersi nella tradizionale fase di trattative con i partiti della coalizione per la formazione del nuovo governo. E si ipotizza che il prossimo Presidente del Consiglio voglia presentare al Capo dello Stato la lista dei nuovi ministri entro pochissimi giorni ( se non addirittura ore) dal ricevimento dell’incarico). Ma la rapidità non basta. Per essere pienamente all’altezza della cresciuta maturità del paese Silvio Berlusconi deve coniugare la rapidità con una scelta dei ministri in perfetta sintonia con l’indicazione bipolare degli italiani. E per farlo deve applicare un criterio netto ed inequivocabile: quello di selezionare i nomi non solo sulla base della competenza e della affidabilità personale ma anche della capacità dei prescelti di essere in linea con la volontà bipolare del corpo elettorale. Non si tratta, ovviamente, di promuovere al rango di ministro solo i fedelissimi della prima ora. E neppure di rinunciare al tentativo di arricchire l’esecutivo di grandi personalità provenienti della società civile . Ben vengano i personaggi in grado di rappresentare degnamente il pluralismo della coalizione ( da Bobo Maroni a Rocco Bottiglione, da Pierferdinando Casini al vice presidente designato Gianfranco Fini). E si facciano pure ponti d’oro a personalità della caratura di Letizia Moratti o di Luca di Montezemolo ( sempre che il presidente della Ferrari non vada alla presidenza della Fieg). Ma ciò che il Cavaliere deve evitare come la peste è la scelta di collaboratori che agli occhi degli italiani possano apparire come dei simboli del trasformismo , della confusione e del gattopardismo. Non sappiamo , ad esempio, se si voglia sul serio confermare Umberto Veronesi al dicastero della Sanità. Sappiamo però , al di là delle capacità indiscusse del personaggio, che una scelta del genere sarebbe inevitabilmente interpretata come un segno di continuità inciucistica e non di cambiamento bipolare da parte degli italiani. E lo stesso vale per alcuni aspiranti ad incarichi ministeriali che hanno un tale passato alle spalle da non poter apparire in alcun modo come degli alfieri della discontinuità rispetto alla sinistra di governo. Valga, per tutti, il caso di Nando Adornato , che poggia la sua ambizione di succedere a Giovanna Melandri al ministero della Cultura sulla singolare considerazione di essere stato a suo tempo “ il maestro” della stessa Melandri e del suo predecessore Walter Veltroni. Una tale continuità sarebbe stata perfetta nel caso le elezioni si fossero concluse con un “pareggio” destinato ad imporre ammucchiate, compromessi ed inciuci. Ma non ha nulla a che spartire con la chiarezza bipolare richiesta dagli elettori.
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