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Un
ministro per l'identità nazionale 22 maggio 2001 Il 2 giugno italiano come il 14 luglio francese. La sollecitazione lanciata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha trovato ampia e positiva accoglienza tra tutte le forze politiche. Anche tra quelle di estrema sinistra o attestate su posizioni federaliste estreme che fino ad ora avevano tassativamente respinto ogni suggestione capace di richiamare anche alla lontana la questione dell’unità nazionale e dei suoi simboli. Il 2 giugno, quindi, ci sarà una nuova e più solenne celebrazione della Festa della Repubblica, con la grande parata militare ai Fori Imperiali ed una serie di manifestazioni in una ventina di città italiane dedicate alla ricostruzione di episodi della storia dello stato unitario. E tutto sarà indirizzato a raggiungere l’obiettivo voluto dal Quirinale di ricostruire finalmente la consapevolezza degli italiani di essere cittadini di un paese con una grande storia alle spalle e, dopo le traversie del secolo passato, un grande futuro di fronte agli occhi. Ma basta una festa, sia pure trasformata nel simbolo finalmente comune di un paese uscito dall’emergenza ed entrato nella normalità della democrazia compiuta, per ridare agli italiani il loro legittimo orgoglio nazionale? La risposta è scontata. La celebrazione del 2 giugno è sacrosanta e meritoria. Ma va considerata con un semplice inizio. Il processo di riedificazione della nazionalità cancellata dalla guerra perduta e dal cinquantennio successivo di autoflagellazione per la sconfitta, è tutto ancora da costruire. E bisogna dare atto al Presidente della Repubblica di aver avuto una ottima intuizione nel decidere che il bandolo della matassa della ritrovata identità nazionale poteva essere la definizione del primo simbolo repubblicano nella data del 2 giugno. Ma all’inizio bisogna dare un seguito. E questo seguito non può più riguardare i solo terreno simbolico ma deve consistere in comportamenti politici conseguenti. Ciampi, in sostanza, non può rimanere da solo a portare avanti il lavoro di ricostruzione della identità nazionale. Al suo fianco debbono scendere in campo le forze politiche, sia di governo che d’opposizione. E lo debbono fare sviluppando le linee di comportamento avviate durante la passata legislatura e seguite in questi primi giorni del dopo elezioni. Queste linee sono di due specie diverse. La prima riguarda la politica interna italiana e consiste nella accettazione, come valore repubblicano condiviso, della democrazia dell’alternanza da parte di tutti gli organismi politici del paese. La seconda riguarda la politica estera dell’Italia, con particolare riferimento a quella da portare avanti in Europa e per l’integrazione europea, che va realizzata fissando come unica stella polare da seguire ad ogni costo l’interesse nazionale. L’augurio, naturalmente, è che sulle questioni di politica estera l’attuale opposizione garantisca la stessa intesa bipartisan che la vecchia opposizione di centro destra assicurò alla maggioranza di centro sinistra nei cinque anni passati. Ma se un risultato del genere fosse impossibile da conseguire, il governo avrebbe comunque il dovere di portare avanti una politica europea ed internazionale capace di coniugare sempre e comunque il rispetto degli impegni per l’Unione Europea con la salvaguardia degli interessi nazionali. Nessuno, tanto per fare un esempio, deve mettere in discussione il progetto strategico dell’allargamento dell’Ue ai paesi dell’Est. Ma non si deve neppure dimenticare che l’attuazione di tale progetto non può avvenire a discapito delle zone sottosviluppate dei paesi dell’Europa del Sud. Tutto questo va preventivato soprattutto nella fase della scelta dei ministri per il nuovo governo. Non importa se alla Farnesina vada un tecnico o un politico. L’importante è che il prescelto abbia la capacità e l’intenzione di difendere gli interessi nazionali. Né più, né meno di quanto fanno i ministri degli esteri degli altri paesi europei.
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