![]() |
|
Il male che non
viene per nuocere 29 maggio 2001 La vittoria del centro sinistra a Roma, Napoli e Torino è la conseguenza diretta del voto del 13 maggio. Quello, naturalmente, espresso nei collegi delle tre grandi città italiane. Rispetto ai risultati delle politiche a Roma, Napoli e Torino non è cambiato assolutamente nulla. Il centro sinistra ha conservato i propri suffragi ed il centro destra ha fatto altrettanto. E poiché nelle tre grandi città in questione il primo aveva prevalso nei confronti del secondo, il centro sinistra ha prevalso sul centro destra anche nelle votazioni del 27 maggio. Non c’è stata alcuna onda lunga dello schieramento moderato. E neppure la rivincita di quello progressista. L’elettorato, con l’esclusione di chi ha preferito il mare alle urne ed ha provocato un calo di alcuni punti nella percentuale dei votanti, è rimasto fermo nelle sue scelte di partenza. A dimostrazione e conferma che nelle due settimane passate in attesa del ballottaggio nulla è riuscito minimamente ad intaccare le indicazioni di fondo espresse dagli italiani. Sbaglia, quindi, che all’interno del centro sinistra parla di rivincita e sottolinea come essa sia passata e passi attraverso la ricucitura dei rapporti tra l’Ulivo, Rifondazione, l’Italia dei Valori e tutti gli antiberlusconisti di ogni ordine e grado. Così come non compiono alcun errore quanti all’interno della Casa delle Libertà tengono a rimarcare come la sconfitta nelle comunali nelle grandi città nasconda il dato positivo del forte recupero del fronte moderato rispetto ai risultati deludenti e devastanti delle vecchie tornate elettorali amministrative. A Napoli il centro sinistra di Antonio Bassolino era abituato a vincere con percentuali plebiscitarie. E ora un personaggio come Rosa Russo Jervolino, che è stata ad un passo dal diventare Presidente della Repubblica, l’ha spuntata su Antonio Martusciello solo per una manciata di voti. Il tutto dopo anni ed anni di “governatorato” napoletano di Bassolino fondato più sull’uso accorto dell’immagine e del sottogoverno che non sulle realizzazioni pratiche a beneficio della città. E lo stesso vale per Roma dove a vincere per una mezza ruota su Antonio Tajani non è un candidato qualsiasi ma l’ex vice Presidente del Consiglio del governo Prodi, l’ex ministro della Cultura dell’Ulivo, il segretario del maggior partito della vecchia coalizione di governo ed il campione per antonomasia dell’ulivismo nazionale ed internazionale. Nella Capitale, così come a Napoli, il centro destra ha azzerato la distanza dal centro sinistra che si era creata nei lunghissimi anni di gestione cittadina da parte dello schieramento progressista ed ha visto confermato in pieno la tendenza nazionale favorevole alla CdL e sfavorevole al fronte ulivista. Ma se questa è la morale dei risultati dei ballottaggi perché mai né a Roma,né a Napoli,né a Torino i candidati della Casa delle Libertà sono riusciti ad intercettare l’effetto pieno del vento berlusconiano? L’interrogativo solleva il vero ed unico grande problema che si pone sulla strada del futuro Presidente del Consiglio. Quello della formazione di una nuova classe dirigente capace e credibile agli occhi dell’opinione pubblica. La fedeltà non può essere l’unico criterio a cui fare riferimento per selezionare il gruppo dirigente destinato a realizzare il grande processo di innovazione e cambiamento dell’Italia. Ci vuole anche la capacità, l’esperienza e, soprattutto, la credibilità politica e personale agli occhi dei cittadini. Tutte doti che non sono il frutto della semplice investitura dall’alto ma la conseguenza di anni non solo di obbedienza militare ma anche di autonomia di giudizio. Da questo punto di vista, quindi, l’esito dei ballottaggi può essere considerato come il classico male che non viene per nuocere. Silvio Berlusconi ora sa che il suo problema principale non è contenere il tentativo di ripresa del centro sinistra. E neppure quello di trovare le strategie migliori per cambiare e migliorare il paese. Il problema di tutti i problemi è la scelta della nuova classe dirigente. Se lo risolve potrà governare non per una ma per almeno due legislature. Se non lo risolve rischia di bissare la meteora del ’94.
|