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  Fare opposizione nella maggioranza
21 giugno 2001

Sono due le conferme espresse dal voto di fiducia del Senato al governo di Silvio Berlusconi. La prima è che la coalizione di centro destra può contare su una maggioranza talmente ampia e talmente solida da non correre alcun rischio di nuovi ribaltoni e da poter ragionevolmente sperare di durare per tutti i cinque anni della nuova legislatura. La seconda è che l’opposizione di centro sinistra è talmente allo sbando da non essere in grado di elaborare una qualsiasi strategia politica degna di questo nome da contrapporre alla maggioranza ed al governo del Cavaliere.

Il combinato disposto delle due certezze produce altre due indicazioni difficilmente contestabili. La prima è che il centro destra non ha interlocutori credibili all’interno delle aule parlamentari. Al punto da trovarsi costretto a ricercare il dialogo con l’opposizione fuori del Parlamento e con quei gruppi extraparlamentari che al momento appaiono gli unici portatori di una linea antagonista e contestatrice della maggioranza. Non dice nulla quanto sta avvenendo in vista del vertice del G8 di Genova? Con l’opposizione parlamentare tradizionale che rinuncia ad un qualsiasi ruolo e viene scavalcata da un governo che per evitare incidenti trenta il dialogo diretto con i gruppi non violenti della galassia antiglobalizzazione?

La seconda indicazione è che in assenza di una opposizione credibile l’unica opposizione possibile diventa quella che può essere realizzata all’interno della maggioranza. Su questa strada si sono incamminati già Rocco Buttiglione ed Umberto Bossi con la rivendicazione l’uno della propria “diversità” cattolica e l’altro della propria identità padana. E lungo questo cammino si debbono necessariamente indirizzare non solo quegli alleati di Berlusconi che temono di venire macinati dalla centrifuga omologatrice del berlusconismo ma, paradossalmente, anche i più decisi ed intransigenti sostenitori esterni del Cavaliere. Quelli che sanno che di incenso e cortigianerie si può anche soffocare. E che credono che per meglio assecondare il Presidente del Consiglio nel suo proposito di cambiare l’Italia si deve avere il coraggio di pungolare, stimolare, criticare ed anche dissentire in caso di bisogno.

Per questo, dopo aver ripetuto che la scelta di Berlusconi di presentare il proprio governo al paese nel segno della moderazione e della pacificazione è fin troppo opportuna ed apprezzabile, va ribadita la necessità che il Cavaliere non dimentichi mai, in nome del moderatismo del momento, l’impegno al grande cambiamento preso con gli italiani. Il dibattito a Montecitorio per la fiducia è l’occasione per dimostrare che la volontà di pacificare il paese dopo le lotte della campagna elettorale non significa rinunciare al progetto della innovazione e della svolta. E’ vero che chi entra a Palazzo Chigi dovrebbe far cadere la veste del capo partito ed indossare l’abito dello statista. Ma per diventare statista non basta l’abito. Ci vuole anche il coraggio delle decisioni. Quello che Berlusconi ha dimostrato di avere e che mai come in questa occasione deve tornare a manifestare. Né più né meno di come sta facendo con la scelta di aprire direttamente il dialogo con il popolo di Seattle. Bruciando i tempi per la soluzione del conflitto d’interessi, per l’avvio delle grandi opere, per il varo delle misure economiche, per l’attuazione della conseguenza naturale della democrazia dell’alternanza che si chiama spoil system.