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  Come risolvere il “caso Rai”
23 giugno 2001

Sono tante le priorità del programma dei primi cento giorni del governo Berlusconi. Bisogna coprire il buco di bilancio lasciato dal centro sinistra, incentivare la produzione con la Tremonti-bis, affrontare i problemi legati alla celebrazione del G8 a Genova. E via di seguito in un crescendo di impegni e di attese che vanno assolti e non delusi. Ma se c’è una priorità nelle priorità questa non può non essere quella della definizione della vicenda Rai. In un senso o nell’altro. E cioè o con la conferma o con la sostituzione dell’attuale vertice. Di sicuro, però, la decisione non può essere la non decisione rappresentata dal rinvio a data da destinarsi della soluzione di un problema di grande visibilità mediatica.

Il caso Rai, infatti, per il governo Berlusconi equivale in termini di visibilità e di importanza all’appuntamento con il G8 di Genova. Si dice giustamente che se il centro destra supera senza incidenti il vertice internazionale può guardare con la massima tranquillità al cammino che lo aspetta nel prossimo anno. Lo stesso vale per la Rai. Se il governo sbroglia la matassa del servizio radiotelevisivo pubblico senza problemi, può affrontare con serenità gli impegni dei prossimi mesi. E la ragione è semplice. La Rai è da sempre lo specchio della politica nazionale. Al punto che ogni decisione riguardante il servizio pubblico assume agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani il significato del tratto caratterizzante della linea di fondo che verrà seguita dalla maggioranza alla guida del paese.

In questa luce, quindi, il caso Rai diventa la cartina di tornasole del centro destra. Se gli attuali vertici vengono confermati con una decisione chiara che rinvia il ricambio alla scadenza dei primi mesi del prossimo anno, vuol dire che il centro destra ha deciso di seguire la linea perdonista di Giuliano Ferrara nei confronti degli sconfitti del 13 maggio e concede loro la possibilità di poter continuare impunemente la campagna elettorale condotta all’insegna della feroce faziosità ulivista. Il senso di una scelta del genere sarebbe fin troppo chiaro. Silvio Berlusconi dimostrerebbe di non sentirsi sicuro della propria maggioranza e farebbe intendere di voler stabilire un rapporto compromissorio ed inciucista con l’opposizione di sinistra. La conferma di Zaccaria e soci comporterebbe la conferma di Freccero, Biagi, Santoro e di tutta quella banda ulivista che negli anni e nei mesi scorsi ha tentato con ogni mezzo di suonare la marcia funebre per il Cavaliere ed il centro destra. E tutto suonerebbe a dimostrazione della debolezza di Berlusconi costretto a blandire i nemici che non può eliminare.

Lo stesso varrebbe in caso di non scelta e di rinvio della soluzione del problema a dopo la presentazione del disegno di legge sul conflitto d’interessi. Chi (e non sono pochi dentro Forza Italia) pensa che una volta sbrogliato il nodo del conflitto del Cavaliere sia possibile procedere senza timori alla ridefinizione del vertice di viale Mazzini, si illude alla grande. Per la sinistra non esiste soluzione possibile al conflitto d’interessi. Neppure quella della vendita al peggior offerente. Per cui è facile rilevare che dopo la presentazione di un progetto di blind trust destinato a sollevare comunque delle polemiche, la sostituzione del Consiglio d’Amministrazione sarebbe molto più difficile di oggi. Più tempo passa più Zaccaria si sente rilegittimato al suo posto, più la sinistra si riorganizza nel suo complesso, più i gruppi ed i gruppetti di poteri esistenti all’interno dell’azienda diventano famelici e frenetici. 

I forzisti timorosi e favorevoli al metodo del rinvio temono il ripetersi della vicenda del ’94, quando l’ingresso di Letizia Moratti provocò la prima grande battaglia della sinistra contro il governo Berlusconi. Ma da allora ad oggi sono passati sette anni. E nel frattempo non solo c’è stato la sistematica e occupazione della Rai da parte degli uomini dell’Ulivo ma anche la decisione dell’attuale vertice Rai di sostituirsi ai dirigenti del centro sinistra nella lotta elettorale contro il Cavaliere. Zaccaria e soci, in sostanza, si sono trasformati in soggetti politici che hanno piegato ai loro interessi di parte il servizio pubblico. Perché mai, allora, se la sconfitta elettorale impone a Giuliano Amato di sgomberare Palazzo Chigi, la stessa sconfitta può autorizzare Zaccaria a restare al proprio posto? 

E perché Zaccaria non può essere cacciato dal centro destra ma può permettersi di minaccia di cacciare il direttore generale Cappon, reo di non accettare scelte motivate non da ragioni aziendali ma dagli interessi politici di parte del Consiglio di Amministrazione? Se Berlusconi vuole dimostrare di voler sul serio cambiare l’Italia deve quindi cominciare dalla Rai. Faccia una operazione chirurgica, rapida e precisa. E rispetti la promessa data agli elettori di innovare un paese che non può più essere interpretato, raccontato e rappresentato dalle facce vecchie dei Zaccaria e della sua banda del buco ulivista!