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La fine del finto
consociativismo 24 luglio 2001 Per il governo è finita la “luna di miele” iniziata dopo il voto del 13 maggio. Da Genova in avanti nulla sarà come prima. Lo sanno bene quelli che per il trauma della sconfitta elettorale avevano subito passivamente la fase di assoluta tranquillità politica e sociale assicurata al centro destra. E lo incominciano a capire anche quelli che avevano nutrito l’illusione di poter conservare fino al termine della legislatura il clima di amichevole convivenza instaurato con l’opposizione. A spezzare l’incantesimo non è la richiesta di dimissioni del ministro dell’Interno Claudio Scajola chiesta dal centro sinistra più per principio che per convinzione. Non è neppure la tempesta di violenza scatenata a Genova dalle bande di teppisti politici provenienti da mezzo mondo e da tutti i centri sociali italiani. Sono soprattutto le conseguenze politiche della guerriglia di piazza scatenata nel capoluogo ligure dall’ultrasinistra extraparlamentare e parlamentare. Fino alla scorsa settimana l’opposizione al governo di Silvio Berlusconi era caratterizzata dalla Margherita in ascesa e dai Ds in pieno declino. Oltre la Quercia non c’era nulla di politicamente rilevante e significativo. L’asse politico dello schieramento berlusconiano sembrava destinato a spostarsi saldamente verso le posizioni centriste e riformiste con un potente effetto-calamita su buona parte dei dirigenti e militanti del partito di Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Da oggi in poi, invece, questo scenario è profondamente modificato. Il nulla dei giorni scorsi si è improvvisamente materializzato non tanto sotto forma di tute bianche e tute nere, quanto sotto le bandiere di Rifondazione Comunista. Vittorio Agnoletto ha scosso l’albero ma i frutti politici sono stati accolti da Fausto Bertinotti. Ed ora il leader dell’ultrasinistra parlamentare, forte della spinta della piazza extraparlamentare, è in grado di ribaltare il vecchio equilibrio dell’opposizione e spostare decisamente a sinistra l’asse dello schieramento antiberlusconiano. Da adesso in poi, con Bertinotti a guidare la danza e ad incalzare il centro sinistra con il richiamo della foresta massimalista, il centro destra andrà incontro ad una battaglia dopo l’altra, tutte condotte all’insegna della massima intransigenza. Sia da Bertinotti, sia da quanti nell’Ulivo non vorranno farsi scavalcare a sinistra dal leader di Rifondazione Comunista. Di fronte alla deriva a sinistra dell’opposizione la naturale tendenza della maggioranza sembrerebbe dover essere una analoga e contraria deriva a destra. Ma una eventualità del genere va evitata come la peste. Non servono le esibizioni muscolari per contrastare gli scivolamenti verso il massimalismo dell’opposizione. Così come non serviva la manganellatura notturna dei guerriglieri metropolitani del Genoa Social Forum (in questo caso sarebbe stato più utile un pacifico ma ferreo censimento degli ospiti gratuiti delle scuole messe graziosamente a disposizione dal comune di Genova). Ciò che serve, invece, è la presa di coscienza della impossibilità di realizzare nel corso della legislatura una riedizione riveduta e corretta della vecchia politica consociativa tanto in auge negli anni 70 ed 80. Magari sotto la forma di quel continuismo che dietro una patina di furbizia e di calcolo machiavellico nasconde solo la tendenza a giustificare ogni forma di immorale trasformismo e gattopardismo. E, soprattutto, serve l’esigenza di realizzare nei fatti il bipolarismo voluto e votato dagli italiani operando quei cambiamenti che sono stati promessi e che hanno motivato il consenso. Non c’è bisogno di essere precipitosi. Ma non si può non essere determinati. Non dice nulla, ad esempio, la rivolta istintiva di Genova al “sacco” operato ai suoi danni malgrado il sostegno e la copertura data da alcune testate della Rai al cosiddetto popolo pacifico di Seattle?
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