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  Uno, dieci, cento Agnoletto
26 luglio 2001

La mozione di sfiducia dell’Ulivo contro il ministro dell’Interno Claudio Scajola non ha alcuna rilevanza pratica. La maggioranza di centro destra possiede in Parlamento tutti i numeri necessari per respingere senza problemi di sorta l’iniziativa dell’opposizione. Ma anche se priva di conseguenze concrete la mozione di sfiducia del centro sinistra ha comunque un enorme valore di natura simbolica. Segna la fine dell’armistizio tacitamente siglato dall’opposizione dopo la sconfitta elettorale del 13 maggio. Indica la formale ripresa delle ostilità interrotte negli ultimi due mesi. E, soprattutto, stabilisce che la guerra è destinata a continuare in maniera molto più dura e pesante di come si è svolta nella passata legislatura e nel corso della campagna elettorale. 

L’iniziativa dell’Ulivo, in sostanza, costituisce una dichiarazione di guerra ad oltranza. E come tale esclude ogni forma di politica bipartisan e prevede un conflitto destinato a concludersi solo con la resa a discrezione di uno dei contendenti. Chi si illudeva che la sinistra lasciasse durare all’infinito la luna di miele del governo di Silvio Berlusconi non condivide un giudizio del genere. A suo parere l’offensiva verso Scajola è più il frutto occasionale della crisi in cui si dibattono i Ds, con la necessità della componente dalemiana di non perdere i collegamenti con la componente di sinistra, che non una scelta meditata e definitiva. Come dire che passata la buriana del G8 tutto potrebbe tornare come prima. Con il centro sinistra a leccarsi le ferite, il centro destra ad imparare a governare e gli emissari dell’uno e dell’altro schieramento ad intessere rapporti riservati e discreti in un quadro di nuovo e non dichiarato consociativismo. 

Ma la realtà è diversa. E per dimostrarlo basta registrare che la fine dell’armistizio e la ripresa delle ostilità non dipende tanto dalla questione personale di Scajola o dalla portata degli incidenti di Genova. La rottura è in generale sulla politica estera del paese. Con il centro sinistra che dopo aver partecipato alla guerra della Nato nel Kosovo ed aver condiviso le strategie occidentali della globalizzazione al punto da organizzare il G8 nel capoluogo ligure, ha ribaltato la linea tenuta quando stava al governo. Ed ha sposato in pieno l’antiglobalismo riscoprendo quell’anima terzomondista ed antiamericana che tanto abilmente aveva soffocato e nascosto durante la permanenza di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. D’ora in avanti non ci saranno mozioni concordate, posizioni comuni e scelte condivise in politica estera. 

L’opposizione parlamentare ha deciso di inseguire l’opposizione extraparlamentare e lo ha fatto in una maniera talmente maldestra da rendere irreversibile la propria scelta. Tornare alle posizioni bipartisan in politica estera comporterà per il centro sinistra la frattura con la propria base incapace di resistere alle suggestioni del richiamo della foresta del massimalismo. Ed è facile prevedere che nessuno dei dirigenti del centro sinistra (con la sola eccezione di qualche riformista inguaribile e di qualche cattolico democratico non ottuso) tenterà mai di opporsi alle spinte del popolo di sinistra in preda ad estremismo fulminante. 

Ma se la guerra è sulla politica estera vuol dire che il conflitto esploderà su ogni fronte possibile ed immaginabile. Da quello parlamentare a quello degli apparati dello stato, da quello della burocrazia a quello del mondo dell’informazione. Anzi, come ha dimostrato il “sacco di Genova”, è facile prevedere che lo scontro diventerà al calor bianco proprio sul fronte mediatico considerato decisivo per l’esito del conflitto. Non insegna nulla il comportamento spregiudicato del servizio radiotelevisivo pubblico e di certa informazione televisiva privata durante le giornate di devastazione di Genova? La maggioranza è dunque avvisata. Se non capisce che la guerra è ad oltranza e non si comporta di conseguenza si scava la fossa in cui si lascerà seppellire tra cinque anni. La linea è semplice: uno, dieci, cento Agnoletto…!