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  Un appunto a Silvio Berlusconi
28 luglio 2001

Genova rimane il modello imperituro per la sinistra di estrazione comunista. Non la Genova del G8 ma quella dei fatti del luglio del ’60. Allora il Pci sperimentò per la prima volta la tattica dell’uso della violenza di piazza per fini parlamentari. Adesso ripropone lo stesso schema che tanto ha funzionato nel passato remoto e prossimo. Negli anni 60 è servito a spostare a sinistra l’equilibrio politico del paese. Negli anni 70 ha favorito il compromesso storico ed il consociativismo. Negli anni 80 ha preparato il terreno all’assalto della sinistra comunista alle componenti moderate del centro sinistra. E negli anni 90, con l’attenta gestione della rivoluzione giudiziaria sulla piazza mediatica, ha portato gli ormai diventati post-comunisti al governo del paese. 

Silvio Berlusconi ed i partiti del centro destra non dovrebbero mai dimenticare questa lezione. Tanto più che ne hanno avuto una esperienza spiacevole e diretta dopo le elezioni del 94. Anche allora la risposta dei post-comunisti alla vittoria elettorale del centro destra iniziò con la mobilitazione della piazza. E chi non ha dimenticato l’amara esperienza dei soli sette mesi di guida dell’esecutivo e del ribaltone non può fare a meno di considerare che furono proprio le manifestazioni piazzaiole del popolo di sinistra a creare le condizioni per la defenestrazione di Berlusconi da Palazzo Chigi. Certo, la storia non si ripete. Tanto più che il centro destra di oggi poggia su una maggioranza molto più ampia e stabile di quella del ’94. Ma sbaglierebbe il Presidente del Consiglio se si trincerasse dietro questa sicurezza e non reagisse alla scelta dei Ds di radicalizzare lo scontro con una strategia in grado sia di fronteggiare la piazza, sia di tenere unita la coalizione, sia di spaccare il fronte opposto ed isolare gli avventuristi della Quercia. Ma esiste una strategia capace di far conseguire tutti questi ambiziosi risultati?

La risposta è positiva. La strategia esiste e poggia su due elementi fondamentali. Il primo è di contrapporre al disperato ricorso all’estremismo dei Ds la capacità di dare respiro e contenuti al progetto di governo della Casa delle Libertà. Il secondo è di avere il coraggio di adottare senza indugi e dubbi di sorta tutte le decisioni in grado di realizzare compiutamente il progetto di cambiamento del paese su cui il centro destra ha riscosso il favore della maggioranza degli italiani. Fino ad ora il Presidente del Consiglio ha dato l’impressione di evitare di imboccare con risolutezza questo cammino. Ha compiuto grandi sforzi nel cercare di smussare tutti gli angoli possibili dell’azione di governo nel tentativo di non fornire alibi e pretesti all’opposizione. E sulla sua scia l’intero governo si è mosso puntando più sul continuismo gestionale e sul buonismo gattopardesco che non sulla esaltazione pratica della propria diversità rispetto al vecchio centro sinistra. Lo stesso intervento di Berlusconi in Senato si è ispirato a questa linea con l’esplicita ammissione di non aver compiuto alcuna modifica all’eredità in uomini ed in organizzazione lasciata dall’esecutivo dell’Ulivo.

Ma il buonismo ed il continuismo non hanno pagato e non pagano. A che è servito non cambiare di una virgola il piano per il G8, lasciare ai loro posto i vertici dei servizi e delle Forze dell’Ordine e consentire la perpetuazione ed il consolidamento della Rai ulivista? La risposta è nei fatti di questi giorni. Il buonismo ed il continuismo sono stati interpretati dagli avversari non come un segnale d’apertura ma coma una prova di debolezza. E sulla mano tesa del centro destra è caduta la mannaia della violenza di piazza e delle speculazioni dei post-comunisti. Che fare, allora? Invece che insistere sulla giustificazione (peraltro sacrosanta) del “treno in corsa” bisognerebbe lanciare una offensiva politica e culturale tesa a marcare la differenza politica e culturale tra gli innovatori liberali e democratici della Casa delle Libertà e gli oscurantisti luddisti e paleomarxisti della sinistra decisa a fare proprie le ragioni degli antiglobalizzatori più ottusi. Il centro destra è per il cambiamento, per il progresso, per l’innovazione, per il libero mercato, per la globalizzazione non selvaggia ma controllata e gestita dai paesi carichi di maggiore responsabilità internazionale.

Deve rivendicare e rilanciare la propria identità contrapponendola con decisione e coraggio a quella di chi o è fermo all’antiamericanismo ed al terzomondismo degli anni 70 o vuole il regresso dell’intero pianeta ai tempi più oscuri del tardo medioevo. All’operazione culturale si deve poi affiancare una seria e decisa azione di piena assunzione di responsabilità di governo e di gestione delle istituzioni. Non risponde ad alcuna logica democratica conservare ai vertici dello stato gli uomini scelti dal centro sinistra per realizzare il programma di governo dell’Ulivo. Se il centro destra vuole essere giudicato dagli italiani per ciò che sarà capace di fare deve avere il coraggio di assumersi in pieno la responsabilità dei propri atti scegliendo gli uomini capaci di realizzare il programma votato dagli elettori. Non è un problema di spoil system. E’ una questione di trasparenza e di correttezza democratica.