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La buffa sorte
di Rutelli 2 agosto 2001 La votazione del Senato sulla mozione di sfiducia contro Claudio Scajola è la rappresentazione plastica della incredibile crisi di cui è preda il centro sinistra. Le conferme apparenti del disastro dell’opposizione sono i sei voti in più ottenuti dallo schieramento della maggioranza e le assenze degli esponenti di più forte prestigio dell’opposizione. Ma il segnale più concreto del disastroso marasma in cui è caduta la coalizione che per cinque anni di seguito ha governato il paese si è avuto fuori dall’emiciclo di Palazzo Madama. Si tratta del significativo ed esplosivo silenzio in cui è improvvisamente caduto Francesco Rutelli, lo sconfitto delle elezioni del 13 maggio a cui l’intero centro sinistra aveva riconosciuto la qualifica ed il ruolo di leader dell’opposizione. Rutelli, infatti, malgrado la conferenza stampa tenuta ieri è entrato in un sostanziale silenzio-stampa. Esattamente dal momento in cui i capi gruppo parlamentari del centro sinistra hanno proclamato la guerra santa contro il governo Berlusconi chiedendo le dimissioni del ministro dell’Interno per il comportamento violento delle forze dell’ordine durante le manifestazioni contro il G8 di Genova. L’antagonista elettorale di Silvio Berlusconi attacca il governo sulle tasse, sulla riforma delle cooperative, sul conflitto d’interessi. Ma sul problema politico di oggi e del futuro, cioè sul giudizio politico dei fatti di Genova e sulla chiara intenzione della sinistra di cavalcare l’onda del popolo di Seattle per scatenare un nuovo “autunno caldo” non pronuncia una sola parola. La ragione del silenzio-stampa di Rutelli è fin troppo evidente. L’ex sindaco di Roma non condivide la linea intransigente ed estremista imposta dai Ds agli altri partiti dell’opposizione. Accettarla significherebbe uccidere nella culla quella Margherita che è appena nata e che già è piena di acciacchi e problemi. E se vuole conservare alla nuova formazione politica il ruolo di forza moderata e centrista che ha il compito di bilanciare il peso e l’influenza della sinistra post-comunista nel centro sinistra, il candidato sconfitto dell’Ulivo non può non prendere le distanze dall’estremismo quarantottesco dei nipoti di Giancarlo Pajetta. Rutelli, dunque, usa il silenzio per manifestare la divergenza di linea della Margherita nei confronti del resto dell’opposizione. Non parla e non esprime apertamente il proprio dissenso per evitare di ufficializzare una diversità ed una spaccatura che non sono occasionali e tattiche ma strategiche. Proprio per questo il suo silenzio, oltre ad essere significativo, è anche esplosivo. Se la linea della Margherita è strategicamente alternativa ed antagonista di quella dei Ds decisi a ritrovare se stessi all’insegna della intransigenza estremista, è chiaro che il centro sinistra non esiste più. Ed, in particolare, non esiste più neppure il leader unico di uno schieramento d’opposizione che si è frantumato almeno in tre grandi spezzoni in concorrenza tra loro (Margherita, Ds, Rifondazione). In conclusione, Rutelli non parla sia perché non vuole ufficializzare la frattura, sia perché ha di fatto perso il ruolo di leader dell’opposizione ed è diventato il portavoce della sola Margherita.
Se c’è una vittima politica del G8, quindi, questa è il centro sinistra nella versione nata nel ’96 e vissuta negli ultimi cinque anni. Da adesso in poi l’opposizione non sarà più un fronte unico con un unico rappresentante ma una serie di aree diverse con diversi leader in feroce competizione tra di loro.
E Rutelli? Il buffo è che con la morte del vecchio centro sinistra ha un solo possibile ruolo. Non più di leader dell’opposizione ma di interlocutore esterno della maggioranza.
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