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  Il pericolo dei Don Abbondio
3 agosto 2001

Il Presidente della Camera Pierferdinando Casini ha toccato con mano l’incapacità di certa sinistra nostrana di derivazione comunista di accettare la regola democratica dell’alternanza. I fischi con cui la piazza bolognese, sapientemente e minuziosamente riempita dai militanti Ds e di Rifondazione Comunista, ha commentato la sua sacrosanta commemorazione della strage della stazione dell’80 sono il segnale inequivocabile del rifiuto della sinistra estremista di accettare il responso delle urne. Il popolo di sinistra sceso in piazza a Bologna per ricordare il massacro non si è mostrato minimamente interessato a scoprire la verità. Ha voluto offrire una chiara ed inequivocabile testimonianza di odio politico nei confronti della nuova maggioranza al governo del paese. 

Se il centro sinistra avesse vinto le elezioni la celebrazione bolognese si sarebbe tenuta nella più assoluta sordina. Oppure avrebbe offerto l’occasione al Luciano Violante di turno di esibirsi in qualche apertura strumentale ad una parte qualsiasi degli sconfitti del centro destra. E solo per accrescere le difficoltà alla parte restante dello stesso centro destra. Invece il voto del 13 maggio si è concluso con la larga vittoria di Silvio Berlusconi e dello schieramento moderato. Ed il ricordo della strage, sulla scia di quanto avvenuto a Genova, è stato subito sfruttato per insultare il nuovo Presidente della Camera e per far capire che d’ora in avanti ogni occasione sarà buona per la sinistra post-comunista per lanciarsi all’assalto della maggioranza di governo per tentare di scalzarla non con le regole della democrazia ma con la violenza verbale e materiale della piazza. 

La circostanza non sorprende. Semmai può indignare che sulla pelle dei poveri morti innocenti della strage della stazione si continuino ad imbastire vergognose operazioni politiche. Ma, sapendo che i nipotini di Stalin hanno cambiato il nome e perso il vecchio pelo ma conservato intatto l’antico vizio delle strumentalizzazioni, c’è poco da stupirsi se Casini viene insultato e se la commemorazione assume la piega di una manifestazione contro il governo. Ciò che semmai può e deve stupire è la reazione dei partiti della maggioranza e delle componenti moderate dell’opposizione alla linea delle spallate continue adottata dalla sinistra post-comunista. Il centro destra subisce, incassa ed offre l’altra guancia. Nell’assurda speranza che la passività possa spingere i Ds a modificare il proprio atteggiamento aggressivo, il governo rinuncia ad una linea di fermezza e di coraggio. Prende gli schiaffi sui fatti di Genova accettando che i media nazionali ed internazionali ribaltino le responsabilità degli incidenti trasformando le Forze dell’Ordine nelle sole colpevoli della violenza che ha devastato la città. 

Perché, ad esempio, il Ministero dell’Interno non si costituisce parte civile nei procedimenti penali contro le decine di manifestanti identificati dalla polizia come gli autori del sacco della città? Perché lo stesso Viminale non chiede alla Farnesina di compiere dei passi ufficiali nei confronti dei paesi che accolgono e giustificano i guerriglieri urbani colpevoli di aver messo a ferro e fuoco il capoluogo ligure? Perché, sempre questo tremebondo Viminale non avvia con decisione e con clamore una azione di risarcimento danni nei confronti dei responsabili delle devastazioni annunciando che d’ora in avanti chiunque si renderà autore di danneggiamenti e di violenze ne dovrà rispondere materialmente con il proprio patrimonio? Perché, infine, l’intero governo non chiude il capitolo di Genova procedendo ad un intervento chirurgico ai vertici delle Forze dell’Ordine per fornire una dimostrazione lampante che d’ora in avanti chi sbaglia paga?

Ma non basta la passività su Genova. Perché il governo consente che un magistrato come Libero Mancuso alimenti la vergognosa identificazione tra l’Italia di Berlusconi con il Cile di Pinochet infangando la toga ed alimentando la già diffusa diffidenza degli italiani per la magistratura troppo politicizzata? E perché si consente al solito Presidente della Rai Roberto Zaccaria di continuare ad utilizzare per fini di parte l’ente radiotelevisivo pubblico arrivando addirittura a servirsi del strutture di viale Mazzini per polemizzare ai limiti dell’insolenza con il Ministro delle Comunicazioni colpevole di non avallare la perpetuazione della Rai dell’Ulivo? Qualcuno sostiene che l’eccesso di prudenza e di passività del governo dipenda dal problema irrisolto del conflitto d’interessi. Se così fosse bisognerebbe augurarsi una rapidissima soluzione della questione. Altrimenti, di passività in passività e con la prospettiva di un autunno artificiosamente surriscaldato, il rischio di ripetere la triste esperienza dei sette mesi del ’94 diventa fin troppo serio.

Non è solo la maggioranza a manifestare una pericolosa tendenza alla Don Abbondio. Che aspettano i moderati del centro sinistra a prendere le distanze dai post-comunisti della Quercia decisi a riempire il paese di velenosi miasmi d’odio e di intolleranza pur di risolvere la propria crisi d’identità e di ruolo? Possono i vari Mastella e De Mita sacrificare la propria storia di cattolici democratici sull’altare dell’interesse personale e particolare dei soli diessini eredi di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer? Chi di dovere si affretti a sciogliere questi interrogativi assumendo tutte le responsabilità imposte dal proprio ruolo. Arrivare all’autunno senza risposte potrebbe essere fatale.